L’angolo di Valeria
Valeria A. è stata ospite di sanaVita. Dopo avere vissuto qui per lunghi mesi e superato le sue problematiche alimentari, è – tuttavia – la “prova vivente” che, dietro il disturbo alimentare, si celano altre disarmonie con le quali ci si vede confrontati quando il problema con il cibo si risolve. Valeria è un’assidua e critica lettrice di quanto internet e la stampa quotidiana scrivono sulla casa di cura luganese ed i suoi metodi. Ritengo i suoi contributi obiettivi e scritti soprattutto con il cuore. Da qui ho deciso di regalare a Valeria un angolo tutto suo nel quale esprimere opinioni e critiche.
Rieducazione e “lavori forzati”.
Un tassello del programma rieducazionale proposto da sanaVita era l’economia domestica o – come sostengono alcune ex-ospiti molto “signorine” – una specie di “lavori forzati”
Facciamo un po’ di chiarezza.
La mattina di ogni giorno era dedicata in parte all’Economia Domestica. Dalle 09.30 alle 10.30 gli ospiti di sanaVita venivano suddivisi in gruppi, cui venivano affidate aree comuni da pulire e riordinare.
Circa una volta al mese il lavoro veniva ridistribuito, affinché gli ospiti potessero “cimentarsi” in diverse attività.
Una rieducazione intesa a prepararsi alla cura della propria casa, o stanza, una volta terminato il percorso (da alcuni, i più giovani, mai appresa; da altri, abbandonata da lungo tempo al sopraggiungere della malattia).
Diciamo la verità: quale donna di qualsiasi età, in perfetta forma, a volte trascura la casa per qualche giorno, poiché semplicemente non ha voglia di a pulizie o quant’altro?
Ecco. Ora, provate a pensare alle stesse donne affette da una grave malattia, depresse, che non hanno più desideri, che non escono di casa, che vivono in tuta, o in pigiama, lasciandosi morire giorno dopo giorno in un letto, o su un divano…
Queste persone, la casa, il suo aspetto, non lo vedono più. Non ne sono minimamente interessate. Dunque, come fare per stimolarle al rispetto di ciò che li circonda ed infine per sé stesse? Educandole a svolgere un’ora al giorno i lavori più comuni di economia domestica. Il tutto, sotto la supervisione di un’operatrice, che aiuta in caso di difficoltà. Una settimana alla “zona ingresso”. Poi “zona soggiorno”, “zona bar” (rifornimento di frutta, tè, tisane, orzo solubile, ecc, nonché pulizia bancone, tavolini con cambio tovaglie quando ritenuto necessario).
Ancora più importante la pulizia della propria stanza. Perché più importante? Poiché la propria camera è lo specchio della nostro ordine, della nostra armonia interiore.
Questi sono lavori forzati!
Ma pensateci bene. Se sanaVita avesse pensato ad un proprio tornaconto, avrebbero avuto da guadagnarci sostituendo supervisori ed operatrici con una piccola impresa di pulizia e lasciando, così, persone piene di problemi e difficoltà “fuori dai piedi” in quanto, senza offesa per nessuno, molte ospiti (io per prima!) a causa della malattia stessa erano più un intralcio che altro!
NIGHT CLUB sanaVita
Stando ai sempre obiettivi reportage, sanaVita” stata è spesso descritta come una specie di locale a “luci rosse”: massaggi, sfilate in minigonna e tacchi a spillo, foto sexy appese ai muri e quant’altro.
Ma guardiamo oltre la notizia e a raccontarlo è una che in quel luogo di perdizione ci è stata.
Le “bellezze” da calendario erano spesso ragazze pelle-e-ossa, o con evidenti rotondità, timorose, o meglio ancora, terrorizzate di indossare un abito femminile…
Terrorizzate dal trucco e dal nemico peggiore: lo specchio!
La macchina fotografica? Concepita come una mitragliatrice, pronta ad uccidere senza pietà.
Sì: uno scatto con la macchina, una fitta nel cuore e tante lacrime.
Avrebbero “pagato” per starsene in tuta tutto il giorno o indossando “mutandoni della nonna”. Perché la malattia è questo! Essa si nutre della trasandatezza interiore ed esteriore. Si nutre e diviene più forte, sino a portare alla morte.
La miglior difesa è l’attacco, pensano gli educatori: tradotto in fatti ciò si concretizza nella vestoterapia e con le sedute fotografiche finalizzate a confrontare l’ospite con il rifiuto della propria femminilità.
Ogni sera era “d’obbligo” vestirsi in modo elegante, a volte vistoso, scarpe col tacco incluso, nonché un po’ di trucco. C’era molta resistenza da parte delle ragazze, che tentavano, comunque, di presentarsi con pantaloni e maglietta, acqua e sapone, nella speranza che il temporaneo abbandono dell’ “amata” tuta fosse stato comunque benaccetto. Si invitano le pazienti ad abbandonare pantaloni e maglietta (compromesso subdolo collegato alla malattia) e ad indossare minigonna e top come una qualunque ragazza, o donna, fa ogni sera, quando esce con gli amici. Le ragazze soffrono, “odiano” chi le invita a cambiarsi di nuovo. Ma in realtà, chi è veramente arrabbiata è la malattia, che “viene messa all’angolo”.
Poi le famigerate fotografie, così scandalose ed osé…
Scatti un paio di volte all’anno. Un passo, a volte, duro e doloroso. Nessun obbligo. MAI! Solo tanto incoraggiamento. “Abbigliamento giusto, pose à la carte”: personaggi come la Canalis, veline & Co. vivrebbero per momenti simili. Ma NON queste ragazze, terrorizzate dalla femminilità, che inconsciamente hanno annullato attraverso la non-alimentazione o la sovra-alimentazione. Poi le cicatrici da utolesionismo. Nascondere. Anche “le più coraggiose” ne soffrivano, non credete. Chi nemmeno ci provava; chi si ritirava piangendo prima degli scatti; chi, dopo gli scatti, vedeva un’ “altra sé stessa”, non così splendida, ma senz’altro più femminile, una finestra sana su ciò che sarebbe potuta tornare ad essere.
Le fotografie venivano esposte all’interno della struttura ed erano – di regola – apprezzate da amici e parenti in visita. Un vero programma da night!
“Strisciare” verso la guarigione
Se da un lato provo rabbia, dall’altro mi viene da ridere. “Strisciare per guarire, poco vestite”: questo si legge su più di un articolo pubblicato in questi giorni sulla sempre solerte stampa quotidiana. Stampa che trascrive testimonianze rilasciate da persone che hanno soggiornato a sanaVita per periodi brevi e, perlopiù, fallimentari: desiderio di rivalsa? Io vorrei parlare della mia esperienza: a sanaVita ho fatto un percorso di 9 mesi. E ho strisciato, sapete? Ma sempre e rigorosamente in tuta da ginnastica. Perché strisciare? Per apprendere la sottomissione (non è forse vero che il primo movimento che il bimbo fa verso la madre è proprio quello dello “strisciare”?). Chi è malato di disturbi alimentari ha dimenticato i movimenti basilari (appunto la sottomissione, l’aggressività, la diffidenza, la seduzione e la pianificazione). Il suo agire è determinato da una maschera, che col passare del tempo si incolla talmente alla propria personalità sino ad annullarla.
Proprio come molti di noi fanno ogni giorno. Infatti chi non indossa una maschera almeno una volta al giorno? Quando si lavora a contatto con dei clienti, se si è arrabbiati, o tristi, bisogna indossare la maschera del “tutto va bene, del sorrido e sono gentile, perché sono felice”; quando si è invitati ad una cena, anche se che poco ci ispira, indossiamo la maschera del “che bello questo posto, come siete simpatici, come si mangia bene. Quando ci rivediamo?”. Maschere che, nella vita di tutti i giorni, mettiamo e togliamo a seconda delle circostanze.
Ma nella malattia, la maschera che si indossa è una necessità. Spesso una difesa dietro la quale celare il fastidioso e aberrante sintomo alimentare che non si vuole accettare, al quale non ci si vuole sottomettere, poiché sottomettersi alla realtà del sintomo implica l’accettazione della malattia e la disponibilità (invero assai rara) alle cure. Durante l’ “esperienza sottomissione” ci ritrovano di fronte persone che mostrano un’allegria, una gioia ed un sorriso davvero improbabili, altre ancora mostrano una grande aggressività con annessa insopportabile presunzione, altre, infine, si chiudono a riccio e non aprono bocca. (Io facevo parte di quest’ ultima categoria).
Tutte le esperienze proposte a sanaVita erano fondamentalmente improntate a sgretolare la maschera, affinché le persone affette dalla malattia potessero cominciare a riprendere contatto con la realtà e re-imparare a proporsi pe quello che erano al posto di “creare” nuovi “personaggi”. L’ “esperienza sottomissione”, che includeva, fra vari “esercizi”, quello di strisciare in tuta su dei morbidi tappetini verso la conduttrice di gruppo o un altro paziente.
Bisognava abbandonare presunzione, aggressività, sorrisetti idioti ed indifferenza ed imparare a chiedere aiuto. Ci si sdraiava a terra con le braccia allungate in avanti e le mani aperte, con lo sguardo che dal basso volgeva verso l’alto, e si chiedeva “…aiuto! Aiutami, ti prego. Ho bisogno di te! Ho bisogno del tuo aiuto …”. E piano, piano, si avanzava verso il “Tu” prescelto. Se lo sguardo era aggressivo ed esprimeva “Oh! Mi aiuti o no????” oppure se il tutto veniva presentato come un gioco si veniva fermati ed invitati a trovare un po’ di umiltà.
Chi, come me, aveva lo sguardo “indifferente” (se mi aiuti o meno, non mi importa … Io non ci credo …), veniva fermato.
E tutti quanti, quando era il momento di rifare l’esperienza, cercando dentro di noi un bisogno che in realtà avevamo e non eravamo capaci di esternare, eravamo sostenuti dall’intero gruppo.
Durante questo tipo di terapia le lacrime di frustrazione versate erano davvero tante. Ma tantissime e bellissime erano anche le lacrime di gioia, quando si riusciva a chiedere aiuto col cuore si raggiungeva il “Tu” prescelto e si veniva da questi abbracciati e sostenuti. Allora noi cominciavamo a capire che qualcosa si stava sbloccando. Che la nostra maschera aveva una crepa e che mese dopo mese sarebbe crollata del tutto.
Grazie per questo particolare “esercizio”. E’ stato uno dei più duri, per me, ma ha davvero scosso le mie emozioni e ho ricominciato a piangere dopo una (pseudo)indifferenza durata anni. Anni ed anni nei quali credevo di non sentire più niente. Di essere insensibile a tutto. In realtà era paura. Sia di provare gioia (avrei potuto perderla di nuovo) che dolore (non volevo più delusioni). Grazie di cuore.
Nota: lo “strisciare” è la quintessenza, è il movimento archetipico della sottomissione. La sottomissione è uno dei cinque movimenti proposti dalla terapia neoreichiana che così riassumiamo:
Perdersi nel “tu”. Cadere nel “tu”: affidarsi, amare senza riserve, incontrare il buio dal quale nasce la luce. Aggrapparsi, fidarsi, fondersi, regredire - per un istante - in quella sensazione che nei primordi della nostra esistenza ci legò alla nostra madre: essere uno-con-lei.
Questa è la sottomissione: l’anticamera della crescita verso la maturità, verso il divenire!
Ma in questo mondo che sosta nella ricerca di potere, di vanagloria, che vive nell’ “avere”, il “sottomesso” ha la fama di perdente e la sottomissione è un movimento da evitare come la peste bubbonica!
Sottomettersi? Mai! E via ad ammazzarsi per stabilire chi sta sopra e chi sta sotto. Così ogni giorno montiamo sulle barricate per difendere i nostri reali o presunti diritti, ma ci scordiamo troppo spesso dei nostri doveri. E non parlo certo dei doveri verso lo Stato, la Chiesa, la Famiglia, ma di quelli che abbiamo nei confronti di noi stessi, del nostro corpo, del nostro equilibrio, del nostro Sé. Sì, poiché il sottomettersi è un dovere che dobbiamo soprattutto a noi stessi: sottomettersi ai nostri bisogni, alle richieste del nostro corpo, alla consapevolezza delle nostre imperfezioni, alle nostre passioni, ai nostri limiti reali quindi alle nostre caratteropatie. Solo dopo che avremo accettato la supremazia del nostro corpo sui teoremi dell’intelletto saremo disposti ad entrare nei nostri sentimenti, nelle nostre emozioni e nella nostra sessualità e ad affrontare gli schemi che abbiamo introiettato. Solo allora ci sarà possibile sottometterci al Tu-mèta e rifiorire, rigenerarci, crescere.
Colui che diffida dai messaggi del corpo, non potrà affidarsi completamente ad un qualsiasi Tu, ma - per contro - sarà pronto a prostrarsi davanti agli assurdi messaggi della Nazione e della Scuola, che - ormai - sono divenuti una parte del suo Sé al punto che li crede, realisticamente, suoi!
Nella sottomissione incontriamo la distensione più completa. La direzione del “ponte di comando” è affidata all’Altro. Qui riscopriamo quegli istanti meravigliosi della nostra prima infanzia, nei quali il nostro Sé si fondeva con quello materno. E riaffiorano certezze. E, poiché facciamo esperienza d’essere protetti, ci concediamo di vibrare all’unisono con il nostro Tu-di-riferimento.
Abbandoniamo, allora, ogni diffidenza e (ri)scopriamo la nostra capacità di calarci nella dimensione della fiducia: assistiamo alla rinascita di un (nostro) Io che credevamo perduto.
Quanti nevrotici non si sottomettono alla realtà rappresentata dalla loro malattia, adducendo i loro disturbi allo stress, al tempo, al destino sempre avverso, piuttosto che accettare che il locus nascendi delle loro ansie, angosce, depressioni, impotenza, frigidità va ricercato dove realmente si nasconde, ossia nella loro incapacità di concedersi “nutrimento stando sotto” e nel loro cronico atteggiamento di difesa nei confronti dei bisogni, nel non voler “cedere di un millimetro” nel confronto con il “tu”.
Spesso sono gli individui più sani a sottomettersi. Gli ammalati preferiscono ricorrere alla strumentalizzazione del “tu” tramite il sintomo (… ora che sono ammalato, tutto mi è dovuto… poverino me!). Non riconoscono la necessità di rimodellare la forma della loro esistenza. E si inoltrano sempre più nel mare della peste emozionale. E lì viaggiano a vele spiegate!
(da Waldo Bernasconi, “Teorie neoreichiane”).
A proposito di me
Sono grata al Prof. Waldo Bernasconi di poter esprimere i miei pensieri in questo spazio. Nel mio caso il disturbo alimentare celava importanti stati d’ansia la cui genesi mi è – a tutt’oggi – sconosciuta, ma che sono riuscita e sto riuscendo a fronteggiare grazie agli insegnamenti propri della riabilitazione della scuola neoreichiana.
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