La
scuola neoreichiana
prende forma alla fine
degli anni '80 e si
distingue per un innovativo
profilo scientifico
e culturale. Scrive
il Prof. Dr. Giovanni
Marchioro, direttore
pro-tempore della Scuola:
La novità che accomuna
oggi i paradigmi scientifici,
è che essi non hanno
più la pretesa di essere
definitivi, o di aver
raggiunto conclusioni
certe. La consapevolezza
che essi non sono la
realtà, ma solo il modo,
presumibilmente migliore,
di approssimarsi ad
essa, fa di ogni modello
una mappa destinata
a sopravvivere fin tanto
che riesce a spiegare,
o meglio, a comprendere
i fenomeni osservabili.
Ciò avviene anche all’interno
del sapere psicologico;
e perciò stesso l’ambito
psicoterapeutico prevede
che la teoria, la ricerca
e la prassi, costituiscano
aspetti inseparabili
dell’unico processo
che caratterizza il
“prendersi cura” di
un individuo in difficoltà.
A
partire dall’affermazione
freudiana secondo la
quale l’Io “è prima
di ogni altra cosa un
Io-corpo”, la dimensione corporea ha assunto un
ruolo, all’interno della
pratica psicoterapeutica,
e nel corso dell’evoluzione
della stessa ha catalizzato
un interesse che è andato
gradualmente aumentando.
Da una visione prettamente
intrapsichica delle
dinamiche psicologiche,
l’attenzione si è spostata
via via anche verso
l’esterno, dedicandosi
al ruolo delle relazioni
oggettuali, alle funzioni
dell’Io, all’adattamento
dell’individuo nel suo
ambiente di vita. Ogni
psicoterapia ad orientamento
corporeo, è sostenuta
da una specifica teoria
del funzionamento mente-corpo,
che prende in considerazione
la complessità delle
intersezioni ed interazioni
psiche-soma. Il corpo,
tuttavia, rappresenta
l’interezza dell’individuo.
Come fenomeno centrale
della terapia, esso
ha continuato ad essere
considerato soggetto
da osservare/studiare,
sia come veicolo espressivo,
che come strumento privilegiato
di cura. Ma la centralità
del corpo in terapia,
non ha tuttavia impedito
di prevedere comunque
un doppio livello di
intervento: quello verbale
accanto a quello fisico.
Parallelamente
all’evoluzione teorica,
si è assistito ad un
corrispondente sviluppo
e arricchimento del
repertorio tecnico-strumentale
del terapeuta. Ciò ha
permesso di spingere
l’osservazione clinica
e l’intervento terapeutico
ad indagare la continuità
e le profonde connessioni
che caratterizzano ogni
processo psicofisiologico,
assumendo ogni sua manifestazione
come espressione dell’organizzazione
caratteriale-personologica
dell’individuo. In questo
modo decade ogni organizzazione
gerarchica tra psiche
e soma, ed entrambi
assumono carattere di
aspetti funzionali e
interagenti di un tutto.
Background
In
accordo con il paradigma
scientifico dell’epoca,
il pensiero freudiano
aveva suggerito la necessità
di indagare il funzionamento
psichico tenendo conto
dei processi fisiologici,
e la teoria delle pulsioni
è prova della sua attenzione
biologica. Tuttavia,
non sembra che il padre
della psicoanalisi,
nella sua metapsicologia,
abbia saputo trovare
il posto giusto per
il corpo, e che di ciò
ne fosse consapevole. Ferenczi stesso aveva guardato al corpo
con grande interesse.
In una prima fase infatti,
egli vive il corpo come
nemico dell’analista
(1917-1921), interpretando
il paziente che mostra
posture o insoliti movimenti,
come impegnato ad evitare
pensieri e associazioni
importanti.
Vi è implicito il concetto
di “resistenza” come
ostacolante il processo
di analisi, dato che
lo spostamento della
libido è tale da non
consentire al soggetto
di portare a coscienza
pensieri ed associazioni.
Sulla base di queste
considerazioni nasce
dietro suggerimento
di Ferenczi la “tecnica
attiva”, per cui egli
chiede ai suoi pazienti
di reprimere certi movimenti
o la modificazione di
determinate posture
per suscitare in essi
le condizioni atte a
portare a coscienza
materiale represso o
rimosso. Tra il 1921
e il 1926, Ferenczi,
non solo smette di suggerire
al paziente la repressione
di movimenti e posture,
ma addirittura li incoraggia,
sostenuto dalla convinzione
che il paziente debba
seguire la sua inclinazione
per comprendere ciò
che è nascosto e che
ha bisogno di essere
svelato. È in questo
periodo perciò, che
Ferenczi introduce il
lavoro sul transfert
negativo. Sottolinea
la necessità che il
paziente viva la piena
fiducia nel terapeuta
per aprirsi a lui mediante
il corpo vincendo ogni
riluttanza. Sarà pertanto
l’analisi del transfert
negativo la tecnica
che consentirà di creare
le condizioni adatte
a realizzare la fiducia
di cui sopra e quindi
quella che sarà anche
definita “alleanza terapeutica”.
Attraverso il corpo,
Ferenczi, lavora sulle
prime fasi di vita e,
rivedendo la sua concezione
del periodo preverbale,
si rende conto che spesso
la sintomatologia nell’adulto
deriva da eventi reali
che hanno a che fare
con quel lontano periodo
evolutivo. Intervenendo
quindi sul corpo, egli
riesce a riportare il
paziente in epoca preverbale,
in uno stadio evolutivo
in cui la funzione del
pensiero non è ancora
attiva, in cui il ricordo
si inscrive nella memoria
somatica, ed è lì che
è possibile ripescarlo. La scissione sarebbe quindi responsabile
della sofferenza traumatica.
Tuttavia, Ferenczi osserva
che il recupero del
ricordo, il ritornare
al trauma, alle ferite,
ai conflitti, non produce
di per sé alcun mutamento.
Egli si convince che
occorre altro, e che
il terapeuta deve offrirsi
al paziente, nella situazione
regressiva indotta dalla
terapia, come un genitore
in grado di contenere
e avvolgere con un clima
empatico e privo di
conflitti. Questa è
per lui l’unica condizione
adatta a rendere il
paziente in grado di
affrontare il suo dolore
e di sperimentare una
relazione capace di
risanare.
Tuttavia,
sarà l’opera di Wilhelm
Reich che successivamente
saprà dare vita alle
prime ipotesi sull’esistenza
di interconnessioni
profonde e complesse
tra psichico e organico
e che vedrà, nell’affermazione
del concetto di “identità
funzionale”, la sintesi
di una nuova concezione
del rapporto mente-corpo.
Atteggiamenti muscolari
e caratteriali, ebbero,
da questo momento nell’economia
psichica del soggetto
la stessa funzione e
fu loro riconosciuta
la possibilità di influenzarsi
reciprocamente. Era
possibile quindi aspettarsi
di trovare un correlato
psichico ad ogni tensione
muscolare e viceversa.
Il lavoro analitico
fu orientato verso lo
smantellamento della
struttura caratteriale
divenendo precursore
di tutti gli studi successivi
relativi alla “personalità”.
Pur rifiutando decisamente
il concetto di “pulsione
di morte”, che sostituì
concettualizzando distruttività
ed autodistruttività
come conseguenze di
esperienze negative
vissute nella prima
infanzia nell’interazione
con l’ambiente, Reich
rimase legato alla concezione
energetica dei disturbi
psichici, secondo l’originario
pensiero freudiano. Basando la sua caratterologia sull’idea
di una conflittualità
fra istanze sociali
repressive e nucleo
biopsichico, egli pensò
che il tentativo di
adattamento del bambino
ad un ambiente famigliare
incapace di fornire
contatto emotivo, fosse
il presupposto all’irrigidimento
caratteriale. Tale effetto,
mentre da un lato aveva
la funzione di salvare
il rapporto con le figure
genitoriali, dall’altro
agiva contro le istanze
pulsionali. In tal modo
Reich avviava, su basi
psico-biologiche, la
sua critica alla società
autoritaria,
anticipando al tempo
stesso l’attenzione
allo sviluppo del potenziale
umano, all’espressione
del Sé e della creatività
soggettiva, che caratterizzarono
l’orientamento di gran
parte della psicoterapia
degli anni ’50. Mentre
il lavoro psicoanalitico
poneva molta attenzione
ai ricordi, alle immagini
e solo accidentalmente
alle emozioni, l’analisi
del carattere di Reich
si focalizza sul rapporto
esistente tra movimento
ed emozione. Infatti,
l’espressione delle
emozioni, da ex-premere,
passa attraverso il
movimento. Ex-premere,
del resto, è il contrario
di re-primere. Si trattava
quindi di liberare ciò
che era stato represso
e giaceva imbrigliato
nei vari distretti corporei,
superando pertanto la
metodologia psicoanalitica
che rischiava, mentre
cercava di rendere conscio
l’inconscio, di operare
esclusivamente sul registro
mentale. Era assoluta
convinzione di Reich
che non fosse affatto
sufficiente ricordare,
ma che fosse necessario
riuscire ad esprimere
il materiale represso.
Egli si riferiva naturalmente
all’espressione delle
emozioni, che etimologicamente
(ex-movere) rimandano
alla necessità del “muovere”,
dato che non è possibile
ex-primere se non attraverso
l’ex-movere. Considerata
quindi la tipologia
caratteriale, che configurantesi
come manifestazione
specifica della soggettività
dell’individuo, anche
l’analisi del carattere
veniva a costituirsi
come percorso terapeutico
specifico e non aprioristicamente
valido per tutti. L’analisi
delle resistenze attuali
rivelate nel setting
attraverso l’interpretazione
del non-verbale, costituì
per Reich la prima fase
della terapia, premessa
alla necessaria alleanza
terapeutica, condizione
questa, utile a garantire
al paziente la capacità
di tollerare la frustrazione
causata dal lavoro analitico.
Solo successivamente,
le resistenze, per come
si presentavano nella
gestualità, nella postura
o altro, potevano essere
ricollegate al materiale
infantile, giungendo
alla loro eliminazione. Non si trattava più quindi di conoscere
immediatamente l’origine
infantile di una resistenza,
ma considerando prima
di tutto l’attualità
della stessa, il materiale
arcaico sarebbe spontaneamente
emerso.
Accanto all’importante
aspetto contenutistico,
“digitale”, portato
dal paziente, assumeva
dignità analitica anche
la componente formale,
“analogica”, dello stesso.
La
vegetoterapia analitica
del carattere di Reich,
rappresentò il passaggio
dall’analisi puramente
verbale al lavoro diretto
sul corpo. Il suo obiettivo
era rappresentato dal
raggiungimento, da parte
del paziente, di abbandonarsi
completamente ai movimenti
spontanei e involontari
del corpo che facevano
parte del processo respiratorio:
lasciare che la respirazione
avvenisse piena e profonda.
Le onde respiratorie
producevano un movimento
ondulatorio del corpo
che definito dall’autore
“riflesso orgasmico”.
Lowen, partendo dal
lavoro di Reich, del
quale fu discepolo dal
1940 al 1952, sviluppò
la sua teoria Bioenergetica.
Concependo la vita di
un individuo come la
vita del suo corpo,
e concependo il corpo
come sintesi della mente,
dello spirito e dell’anima,
egli giunse ad affermare
che vivere la vita significava
avere una vita mentale,
spirituale e sentimentale
piena. Anche la terapia
bioenergetica, pertanto,
“combina il principio
dell’attività a livello
somatico con la pratica
analitica a livello
psichico”. Nella sua concezione bioenergetica
degli istinti, Lowen
si oppone al concetto
di pulsione di morte
e riformula concettualmente
l’idea di pulsione aggressiva.
Riconosce nell’Eros,
non l’istinto sessuale,
ma la forza che motiva
tutta l’attività istintuale
e non concepisce alcuna
attività vitale fuori
da essa. Si tratta di
una forza o energia
che opera attraverso
la materia. Da questa
considerazione ne fa
derivare la visione
secondo la quale la
parte anteriore del
corpo è da considerare
come “sensoria” mentre
quella posteriore è
invece la parte “motoria”.
Da queste concezioni,
merito di questo autore,
è stato quello di giungere
ad un’ampia e particolareggiata
descrizione dei tipi
caratteriali, riprendendo
l’accezione reichiana
di armatura o corazza,
permettendo di comprenderne
la sintomatologia alla
luce di una visione
genetico-dinamica. Nel corso del processo di crescita
l’individuo sperimenta
il rischio probabile
che la libera espressione
delle emozioni si scontri
con il rifiuto, la disapprovazione,
l’umiliazione e la punizione
da parte dell’ambiente.
L’individuo pertanto,
impara presto a controllare
le proprie emozioni.
Conseguentemente al
controllo emotivo si
producono nei vari distretti
somatici coinvolti in
quelle che sarebbero
le modalità espressive,
blocchi muscolari permanenti
dovuti alle tensioni
croniche inconsce. Lowen
comprese anche come
l’illusione di poter
ottenere da adulti ciò
che è mancato da bambini
fosse il presupposto
di un sicuro fallimento.
Egli introdusse una
metodologia terapeutica
costituita da una serie
di tecniche finalizzate
ad un approccio sistematico
e coerente, oltre che
profondo sia nella direzione
psichica che somatica.
In tal modo, il processo
regressivo e il successivo
processo di consapevolizzazione,
vengono fortemente stimolati
dall’unitario coinvolgimento
dell’organismo. Ristabilire
il libero movimento
dell’energia del corpo
è l’obiettivo primario,
e viene assicurato dall’intervento
diretto sui blocchi
energetico-emozionali
presenti nel paziente
e osservabili sia a
livello somatico che
psichico ed emozionale.
Lowen si rese conto
che la posizione supina
richiesta dalla precedente
terapia reichiana, rappresentava
un ostacolo al lavoro
analitico in quanto,
spesso, confermava e
amplificava la passività
e perfino il vissuto
di impotenza del paziente
e incominciò successivamente
a lavorare in terapia
prevedendo anche la
posizione eretta da
parte del paziente,
al fine di promuovere
in lui la percezione
di contatto tra piedi
e suolo, condizione
in grado di stimolare
il vissuto di radicamento
(grounding).
Alle sedute terapeutiche
Lowen aggiunge veri
e propri compiti a casa,
costituiti da quegli
“esercizi bioenergetici”
da lui pensati per favorire
lo scioglimento delle
varie tipologie di blocchi.
L’ANALISI NEOREICHIANA
Teoria
e prassi di Waldo Bernasconi,
affondano sicuramente
le loro radici nel pensiero
di Reich e in parte
di Lowen. Formatosi
con Luigi De Marchi
presso l’Istituto di
Bioenergetica W. Reich
di Roma, ha mantenuto
l’idea di Reich di “identità
funzionale”. È questa,
infatti, la visione
che sostiene il postulato
cardine del suo pensiero,
secondo il quale psiche
e soma agiscono non
come istanze subordinate
o sopraordinate l’una
all’altra, bensì come
manifestazioni di un
unico organismo. Egli
ammette pertanto una
“distinzione” funzionale
alle necessità descrittive
e non una “scissione”
tra opposti, evocata
da certi paradigmi,
che ispirandosi ostinatamente
ai modelli delle scienze
naturali, pretendono
di “spiegare” ogni disagio
entro la visione lineare
di causa ed effetto.
Il
Sé
Numerose
discipline si sono nel
tempo occupate del Sé,
concettualizzando tale
nozione con significati
non sempre equiparabili
all’interno dei singoli
orientamenti. Tuttavia,
per le diverse prospettive
storico-culturali, si
tratta di una nozione
che intende significare
l’unicità, l’individualità
e la specificità dell’essere
umano, che si riconosce
nelle sue componenti
biologiche e psicologiche.
Harré
ne ha indagato le forme
molteplici scomponendone
il concetto e concependolo
come sintesi di diverse
identità alternantesi
all’interno di molteplici
rapporti interpersonali
e sociali. In ambito
psicoanalitico del resto,
se da un lato Jervis
sostiene essere Winnicott
il primo psicoanalista
ad aver introdotto il
concetto di “self” fino
dagli anni ’40, coprendo
l’assenza di tale concetto
nella stessa opera di
Freud, Rossati
cerca di sostenere che
Freud indica nel termine
Ich sia l’Io
che il Sé, senza tuttavia
indurre confusioni,
e che ciò sarebbe avvenuto
allo scopo di evitare
il vocabolo tedesco
Selbst, il quale
allude a qualità interiori
di carattere spirituale.
Quest’ultimo termine
viene piuttosto rivendicato
da Jung
come concetto empirico,
simbolo della totalità,
caratterizzante il processo
di individuazione. Dopo
i tentativi operati
dalla Psicologia dell’Io
di separare il Sé dall’Io,
Kernberg,
includendo la rappresentazione
del Sé nel sistema dell’Io,
opera una ricongiunzione
topica dei concetti.
La Jacobson formula la nozione del Sé in ordine
al percorso evolutivo
che procede dalla condizione
originaria di frammentazione
e indifferenziazione
tra sé e l’oggetto,
e attraverso la differenziazione
procede verso il vissuto
di identità. Recuperando
il precedente pensiero
di Hartmann,
ella concepisce un’evoluzione
che ha come risultato
la capacità di rappresentazione
del Sé corporeo e mentale
nel sistema dell’Io.
Il lavoro della Mahler,
teorizza un Sé primario
di natura neurofisiologica,
che si caratterizza
come esperienza aumento-diminuzione
degli stati di tensione
corporea. Il Sé quindi
nasce a partire da una
fase iniziale psicofisiologica
ed evolve in una successiva
fase che definisce del
“Sé mentale”, nel corso
della quale si imprimono
le rappresentazioni
psichiche di sé e degli
altri. Successivamente,
Kohut
riconoscerà nella sua
teoria un Sé presente
fin dalla nascita, che
dalla iniziale condizione
passiva, affermerà la
sua autonomia grazie
alla relazione empatica
materna. In assenza
di una relazione empatica,
Kohut ritiene che il
bambino subisca una
fissazione e possa incorrere
nella disintegrazione
e nella frammentazione
riducendo imponentemente
la propria esperienza.
L’esistenza dell’individuo
è pertanto concepita
fin dalla nascita come
rapporto tra il Sé e
l’oggetto Sé, che in
origine coincide con
le figure parentali
in seguito interiorizzate,
le quali hanno funzione
supportava di tipo narcisistico
nel processo di formazione
dell’identità del Sé.
L’oggetto materno avrebbe
quindi una funzione
speculare che informa
il senso di grandezza
e di perfezione del
bambino, mentre l’oggetto
paterno assumerebbe
il compito di fornire
al bambino un modello
ideale a cui rifarsi.
Contemporaneamente Winnicott ritiene che il Sé abbia origine da
una condizione iniziale
di frammentazione che
solo una madre adeguata
può condurre ad integrazione
e quindi al senso di
unità e individualità
capace di garantire
la competenza relazionale.
La madre è quindi garante
di un’interazione favorevole
e presupposto di un
corretto sviluppo del
bambino. Una distorsione
interazionale in cui
si stabiliscano da parte
della madre richieste
di compiacimento risulterebbe
responsabile della costruzione
di un falso-Sé. Il Sé,
per questo autore, non
è quindi una struttura
ma un’esperienza soggettiva,
un vissuto interiore,
che in caso di vuoto,
aperto dalla risposta
dell’altro, deraglia
verso una condizione
di compensazione che
ha nel falso-Sé il suo
riscontro. Il Sé di
Winnicott è pertanto
un vissuto soggettivo
primordiale psico-corporeo
e relazionale, avente
funzione unificatrice
dei singoli aspetti
dell’esistenza umana
fino a promuovere l’individuazione
personale.
Nella
teoria neoreichiana
il Sé perde il suo carattere
polisemico e controverso
per assumere piuttosto
un’esplicita natura
somatica.
Perché sia nello spazio
che nel tempo il Sé
è indeterminato: da
una parte non ha confini,
dall’altra è in continua
evoluzioni e trasformazione.
Solo il carattere di
funzione mette
al riparo da ogni tentazione
metafisica. In tal modo esso può diventare anche
simbolo di un progetto.
Ontologicamente esso
è concepito come esperienza
strutturante che origina
a partire dal corpo
ed è al tempo stesso
il risultato filogenetico
di un’evoluzione millenaria
della specie umana.
In tal modo il Sé è
concepito dalla teoria
neoreichiana sia come
punto di partenza che
come obiettivo e progetto
sintesi del processo
di cambiamento che compie
il suggerimento “diventa
ciò che sei”. Come
vissuto esperienziale,
pertanto, il Sé si struttura
nel tempo a partire
dalle richieste che
costantemente produce
il corpo e dalle risposte
che inizialmente vengono
soddisfatte dalla figura
materna. Precursore
del Sé è l’Io-organismico, istanza che possiamo ritenere
comune a tutte le specie,
dal quale sorgono i
bisogni “bio-socio-funzionali”
economicamente orientati
all’interno dell’ambiente.
Noi intravediamo nell’Io-organismico
una formidabile analogia
con quello che Damasio
ha definito proto-sé. Egli lo definisce infatti precursore
non cosciente dei livelli
del sé che risultano,
a livello mentale, protagonisti
della nostra coscienza.
All’Io-organismico
è affidata la responsabilità
di predisporre l’organismo
ad eseguire quel “movimento”
che può condurlo al
soddisfacimento del
bisogno e pertanto alla
distensione conseguente
al piacere. L’Io-organismico
è ritenuto pertanto
l’area del Sé in cui
prendono forma i bisogni
dello stesso. In esso
si configurano due specie
di bisogni: quelli narcisistici
e quelli sociali.
Sono
bisogni narcisistici
il bisogno di nutrizione,
il bisogno sensoriale
e il bisogno sessuale,
mentre consideriamo
bisogni sociali, il
bisogno di conferma
e il bisogno di appartenenza.
Del
resto, è solo in un
contesto adatto, come
quello del “gruppo”,
che l’individuo può
soddisfare i propri
bisogni e al tempo stesso
accrescere le possibilità
di sopravvivenza. Tali
importanti funzioni
possono essere assolte
dall’Io-organismico
in quanto esso è dotato
di una memoria genetica:
ciò gli consente di
modulare la propria
attività a salvaguardia
della integrità fisica
e sociale del Sé. In
esso quindi, mentre
prendono forma i bisogni
(narcisistici e sociali)
si attivano anche quei
complessi processi biochimici
in grado di generare
l’energia necessaria
a spingere l’organismo
verso il soddisfacimento
del bisogno presente
nel qui ed ora. L’Io-organismico
tende quindi successivamente
verso l’esterno disponendosi
ad aggredire (da ad
grädi = avanzare
verso) l’oggetto
potenzialmente in grado
di offrire soddisfazione
e quindi distensione.
È
a questo punto che entra
in scena un’altra regione
del Sé denominata Modulatore
Pulsionale Congenito.
Si tratta di un’appendice
dell’Io-organismico
capace di assicurare
un comportamento bio-socio-economico
indipendente dall’intenzionalità
di un atto di coscienza.
A tale istanza (MPC)
compete infatti la “decisione”
di inibire eventualmente
temporaneamente il movimento
suggerito dall’Io-organismico,
allo scopo di verificare
se quell’atto presenti
elementi che potrebbero
diventare dannosi al
Sé o all’economia del
gruppo di appartenenza.
L’analisi dei contenuti
della memoria storica
permetterà di valutare
il rischio o il beneficio
per l’integrità del
Sé derivante dall’azione
eventuale; solo quando
il movimento
sarà giudicato opportuno,
l’MPC darà il via all’azione
verso l’oggetto-meta.
In caso contrario l’inibizione
dell’azione verrà mantenuta
attiva o trasformata
in fuga. Analogamente
si era espresso Laborit
nella sua formulazione
del Sistema di Inibizione
dell’Azione, intendendo
con questo meccanismo
l’impedimento di un’azione
quando questa non fosse
ritenuta utile (frustrazione,
aumento di tensione,
improduttività). L’MPC
risulta pertanto un’istanza
dotata di un’intelligenza
bio-positivamente orientata,
protesa, per altro,
come tutto il Vivente,
verso il sopravvivere,
l’esperienza del piacere,
orientato per contro
all’evitamento della
condizione di contrazione,
quindi di dispiacere,
che induce la frustrazione
cronica. La disputa
antagonista tra spinte
pulsionali primordiali
proprie dell’Io-organismico
e l’inibizione dell’azione
posta in essere dal
MPC, da luogo alla corazza
muscolare da intendersi
come il ricettacolo
delle tensioni sviluppate
dal Sé.
La
corazza muscolare
La
corazza muscolare
è la risposta agli ordini
del MPC, il cui intento
è quello di preservare
il Sé contraendo temporaneamente
il sistema d’azione
da esperienze frustranti
o distruttive. Essa
è concepita come l’equivalente
ontogenetico di quei
fattori di adattamento
che hanno interessato
filogeneticamente la
specie umana, e che
sul piano individuale
sono il risultato di
rinunce di parti di
sé che non sono state
ritenute promettenti
per la sopravvivenza,
rinforzando piuttosto
in modo compiacente
quei tratti ai quali
l’ambiente circostante
rispondeva positivamente.
In accordo con Reich
e Lowen si afferma il
concetto secondo il
quale vi è identità
funzionale tra blocchi
emozionali, intesi come
insiemi di emozioni
censurate, e tensioni
muscolari, aventi la
funzione di sequestrare
nella contrattura le
emozioni inibite. Ogni
esperienza che, relativamente
al tentativo di appagamento
di un bisogno, abbia
direttamente o indirettamente
prodotto precedenti
vissuti traumatici,
viene pertanto deviata
o interrotta, inibendo
l’azione di quelle fasce
muscolari deputate a
sostenere il movimento
verso l’oggetto-meta.
Diversamente da Reich
e Lowen, tuttavia, si
ritiene che la corazza
non debba considerarsi
statica e cronica, bensì
dotata di mobilità e
funzionalità aventi
lo scopo di proteggere
il Sé da eventi giudicati
potenzialmente spiacevoli
o finanche pericolosi.
L’Io-ideale
Il
registro psichico prevede
un’istanza sociale che
si contrappone alla
naturalità espressa
dall’Io-organismico/MPC.
Tale nozione è definita
Io-ideale e rappresenta, nel processo
interattivo che interessa
le regioni del Sé, la
componente “normata”,
quella cioè ispirata
al rispetto della morale
e delle regole di gruppo.
Essa regola pertanto
l’accesso all’appagamento
dei bisogni narcisistici.
Di conseguenza, mentre
l’inibizione primaria
dell’azione operata
dall’Io-organismico/MPC
è sostenuta dal bisogno
di distensione di un
Sé che mira alle condizioni
armoniche organismo-ambiente,
l’Io-ideale è
il risultato e agisce
come conseguenza delle
introiezioni di regole
sociali, ponendo divieti
all’azione tutte le
volte che l’appagamento
dei bisogni narcisistici
o sociali si scontra
con le regole totemiche
poste in essere dall’organizzazione
sociale di appartenenza
a fini di sopravvivenza
della società stessa.
La pulsione primaria
espressa dall’Io-organismico
e codificata in movimento
bio-funzionale dal MPC
subisce una battuta
d’arresto nel suo andare
dal “centro” verso il
“mondo esterno”. Anche
questa interruzione
è promossa dalla corazza
muscolare che esprime
il compromesso dinamico
tra Io-organismico,
MPC e Io-ideale.
È così che l’Individuo
diventa Persona.
Questo passaggio ha
luogo, dato che l’Io-ideale
innestandosi nell’Io-organismico
e nel MPC, ne amplia
la memoria introducendo
nuove “mappe cognitive”
che partecipano all’esame
di realtà servendosi
di processi di astrazione.
Il movimento euritmico
viene sostituito da
contrazione che attiene
al controllo del Sé
sul Tu di riferimento:
obiettivo vitale è dunque
la condizione generale
di “potere”.
La
teoria dei bisogni
Interferiti
dall’azione dell’Io-ideale,
i bisogni risultano
difficilmente osservabili.
Ostacolati come sono
nel loro movimento dal
centro al mondo esterno,
nemmeno la consapevolezza
della loro esistenza
è facile. Sistemi artefatti
di “valori” attribuiscono
ad essi significati
che vanno dalla debolezza
all’inferiorità e perfino
all’animalità. Tuttavia,
nella zona profonda
dell’esistenza nella
quale l’Io-organismico
non cessa il compito
al quale è preposto,
i bisogni affiorano
in tutta la loro originaria
forza e limpidezza.
La concezione freudiana
del caos pulsionale
è sostituito nella teoria
neoreichiana dalla chiara
presenza dei bisogni
narcisistici: nutrizione,
sensorialità e sessualità,
e dei bisogni sociali:
conferma e appartenenza,
che diventano a loro
volta organizzatori
di vere e proprie fasi
evolutive.
Il caos si semplifica
quindi in un modello
ordinato la cui sequenza,
denominata “circolo
dell’esperienza”, è
la seguente:
1)
bisogno
2)
pulsione/eccitazione
3)
movimento
4)
consumazione/esperienza
5)
distensione/piacere
All’inizio
dell’esperienza si situa
il bisogno inappagato
che genera una pulsione,
questa produce un’eccitazione
nell’organismo, e l’eccitazione
si trasforma in movimento.
Attraverso il movimento
il Sé entra nell’esperienza.
L’appagamento del bisogno
induce la fase di distensione
conseguente al piacere
che conclude l’esperienza.
A questa conclusione
fa seguito un periodo
in “assenza di bisogni”
che equivale al tempo
di ricarica.
La
Personalità
Si
tratta nuovamente di
un concetto molto dibattuto
in psicologia, che resiste
ad un’unica definizione,
e che perciò presenta
profonde divergenze
correlate alle diverse
teorie. Grandi aree
psicologiche e psicopatologiche
continuano peraltro
ad usare come sinonimi
i termini “carattere”
e “personalità”.
Con Rogers sosteniamo
che la personalità si
esprima attraverso l’organismo,
inteso come individuo
nella sua totalità,
agendo in un campo fenomenico
che costituisce la totalità
dell’esperienza. Pensiamo
inoltre alla personalità
come ad un insieme di
caratteristiche psichiche
e comportamentali che
nella loro integrazione
costituiscono un sistema
indicatore in modo predittivo
di ciò che probabilmente
un individuo farà in
una determinata situazione.
Concepiamo la personalità
strettamente collegata
a quella regione sociale
del Sé definita sopra
come Io-ideale, intendendone
l’insieme delle modalità
con le quali un soggetto
si propone al mondo
esterno. Tuttavia, pensiamo
la personalità
non disgiunta dalla
parte profonda del Sé,
quindi in rapporto anche
all’Io-organismico/MPC,
alla Corazza Muscolare
e quindi alla struttura
caratteriale. Parzialmente
conscia, essa, in quanto
“maschera” (da phersu),
rivela spesso i conflitti
esistenti nel nucleo
in ordine ai bisogni
non appagabili a causa
della censura operata
dell’Io-ideale in cambio
di una socio-economia.
Riteniamo infatti che
la maschera o
personalità si formi
in concomitanza con
il consolidamento dell’Io-ideale,
che suggerendo come
necessitante il paradigma
morale e convenzionale
dell’organizzazione
sociale di appartenenza,
induce la spinta a cercare
l’approvazione e l’accettazione
evitando la censura
e la disapprovazione.
La personalità
riflette quindi le caratteropatie
presenti nell’individuo,
per cui le tensioni
e le angosce rimosse,
ma presenti nella struttura
caratteriale (C), si
riflettono, se sollecitate
da stimoli precisi (S),
sul comportamento dell’individuo
(Personalità/Maschera),
secondo l’equazione:
Personalità = Carattere x Stimolo (P = C x S)
In
ordine al processo di
adattamento si definirà
rispettivamente normata,
quando esprima una adesione
coerente alle regole
socialmente proposte,
ipersocializzata
quando vi sia un eccesso
di adattamento, e sottosocializzata
quando l’adattamento
sia sottodimensionato
e l’individuo non abbia
interiorizzato sufficientemente
le regole, fino a correre
il rischio di mettere
in atto comportamenti
antisociali. Relativamente
alla modalità di essere
in rapporto al mondo,
la personalità può
definirsi introversa
o estroversa,
così come relativamente
alla variabile “tempo”
si concepisce una personalità
stabile o instabile
.
La
personalità trasforma,
prima la pulsione in
pianificazione, e successivamente
in movimento. La qualità
del movimento non può
che rispecchiare i contenuti
della corazza muscolare
(carattere) e dell’Io-ideale.
Questa istanza, che
interfaccia l’individuo
con l’ambiente, è, nella
migliore delle ipotesi,
propria del Sé-armonioso,
una garanzia di successo
relazionale, in quanto
sa vestirsi della maschera
adatta a quel preciso
contesto. Le inibizioni
nevrotiche, per contro,
limitano il repertorio
dei ruoli, e ciò rende
difficile indossare
la maschera idonea.
La teoria neoreichiana
descrive cinque tipi
di personalità (o maschere):
1.
la
maschera del Sognatore:
caratterizzata da un
atteggiamento di passività
e chiusura che inibiscono
la componente senso-motoria
ed espressiva;
2.
la
maschera dell’Intellettuale:
centrata sull’afisicità,
sostituita dall’esercizio
del pensiero razionale
che allontana l’esperienza
sensoriale e sessuale;
3.
la
maschera del Diffidente:
apparentemente adattamento
allo status normativo
della società al fine
di ricavarne un vantaggio
secondario in termini
di promozione sociale
come modello di moralità
e di virtù;
4.
la
maschera del Seduttore:
caratterizzata dalla
ricerca di conferma
che trasforma in esercizio
di potere e di controllo
sull’altro fine a se
stessa;
5.
la
maschera dell’Aggressore:
propensione all’espressione
e alla manifestazione
delle tensioni dal Sé
al mondo esterno finalizzate
alla realizzazione di
un nuovo schema esistenziale;
Il
Carattere
Condividendo
il pensiero reichiano
nella sua formulazione
eziopatologica della
corazza muscolare, concludiamo
in accordo con Reich
che mentre nel Vivente
armonioso o organismico
l’ideazione e l’azione
coincidono, in condizioni
di caratteropatia, il
pensiero, potentemente
interferito dalle spinte
educative ispirate ai
dogmatismi morali sociali
finalizzati al controllo,
risulta impedito nell’esame
corretto di realtà da
una certa “visione del
mondo” adottata a scopo
di sopravvivenza e poiché
questo atteggiamento-comportamento
falsifica gli elementi
inequivocabili della
realtà, l’individuo
trova conferma della
sua visione, sperimentando
una profezia che si
autoavvera.
È pur vero che nessun
essere umano è in contatto
diretto con la realtà,
ma soltanto con la propria
percezione della realtà,
sempre distorta, e in
ognuno in modo “caratteristico”.
In tal senso riconosciamo
distorsioni che possono
essere definite di stato,
quando sono originate
da eventi contingenti,
e di tratto,
quando invece si riconoscono
quali prevalentemente
stabili. Il carattere
impoverisce o impedisce
l’interpretazione congrua
dei propri bisogni,
l’analisi corretta della
realtà, la capacità
di pianificare e interpretare
la “maschera” funzionale
ad un preciso contesto.
Incapace di vivere la
distensione profonda,
il Sé-caratteriale converte
le energie che in origine
erano destinate all’azione,
in processi fantasmatico-consolatori,
dove ad esempio la “rabbia”
non è sentita ma pensata
come ri-sentimento o
desiderio di vendetta.
Inibendo l’azione del
Sé verso il mondo, le
funzioni bio-economiche
vengono sostituite dai
blocchi emotivi, che
a loro volta vengono
trasformati in blocchi
tensivi muscolari, fino
a formare la corazza
caratteriale.
La
Caratterologia
Riprendendo
il citato circolo
dell’esperienza
di un carattere organismico,
diremo che ciò che differenzia
le varie tipologie caratteriali
tra di loro è il “momento”
nel quale l’esperienza
verso la distensione/piacere
viene interrotta. Quando
le fasce muscolari preposte
alla realizzazione del
movimento che consentirebbe
l’appagamento del bisogno,
non incontrano mai il
rilassamento, il sistema
permane in una sorta
di stato di pre-allerta,
e in tal modo sostiene
il Sé nella ricerca
di decompressione attraverso
atteggiamenti/comportamenti
patologici. La nosografia
caratteriale che definisce,
in accordo con Lowen,
i cinque tipi di carattere:
§
carattere schizoide
§
carattere orale
§
carattere masochista
§
carattere psicopatico
§
carattere rigido
Il
carattere schizoide
interrompe la propria
esperienza nel momento
in cui si presenta la
pulsione. Egli sostituisce
la fase di eccitazione
con una mobilitazione
della corazza muscolare
che riduce fino a precludere
il rapporto con il mondo
esterno. Il carattere
orale accetta
che l’eccitazione pervada
il suo organismo, tuttavia
l’energia non oltrepassa
la superficie di contatto.
Egli riconosce i propri
bisogni ma si
aspetta che siano gli
altri a condurlo verso
la soddisfazione degli
stessi. Il carattere
masochista entra
nel movimento che lo
porterebbe all’appagamento,
ma si impedisce di vivere
l’esperienza e, rifiutandone
la responsabilità, affida
ad un leader l’impegno
di gestire l'esperienza.
Il carattere psicopatico
entra nell’esperienza
assumendone il controllo,
temendo di perdere il
suo status rimane tuttavia
fissato all’esperienza
senza concedersi l’abbandono
(mantenendo il controllo)
che accompagna la fine
dell’esperienza nella
distensione. Il carattere
rigido percorre
senza ostacoli il circolo
dell’esperienza: dalla
pulsione all’eccitazione,
quindi al movimento
e successivamente all’esperienza,
ma è uscendo dall’esperienza
che egli incontra le
sue angosce di castrazione
per mezzo delle quali
egli si impedisce l’appagamento
del bisogno di piacere,
mutando il risultato
in ansia, diffidenza
o vissuto di ambivalenza.
La
scuola neoreichiana
concepisce in ogni caso
la moderna caratterologia
come uno strumento capace
di rendere complementari
la teoria pulsionale
e quella delle relazioni
oggettuali. Fuori dal rischio di approcciarsi
al paziente con una
visione standardizzata
dello stesso, quasi
adattando lo stesso
ad un “protocollo” di
intervento terapeutico
compatibile con la struttura
caratteriale dello stesso,
intendiamo guardare
al paziente come individuo
dotato di una storia
personale che comprende
le sue relazioni e che
ne fa perciò un “soggetto”
unico e irripetibile.
La
teoria dei cinque movimenti
La
concezione dei cinque
caratteri come risultato
di un particolare punto
d’arresto nella percorrenza
del circolo dell’esperienza,
sostiene a sua volta
l’idea che uno strano
imprinting nell’uomo
del terzo millennio
impedisca a lui l’esecuzione
dei movimenti elementari
che sono propri della
naturalità biologica
alla quale appartiene.
L’individuo sembra muoversi
come se i movimenti
elementari intrinseci
nel Sé-umano non esistessero.
La sua energia è solita
percorrere le aree corticali
e molto meno i distretti
distali del corpo, come
gli arti, il cuore,
la pancia, gli organi
sessuali
. Presupposto della teoria dei cinque
movimenti è l’equazione:
energia = movimento.
Gli esseri viventi sono
dominati da due funzioni
tra loro antagoniste:
contrazione e
distensione.
Distensione e contrazione
sono momenti complementari,
per cui la fissazione
o la coazione a ripetere
dell’una o dell’altra
sono la conseguenza
di un ingorgo energetico
e quindi il presupposto
di una condizione patologica.
La natura delle pulsazioni
energetiche, infatti,
non prevede la fissazione,
che è invece il risultato
di una condizione inibita
e dolorosa, ma la fluidità
del movimento
in relazione alla realtà
percepita.
La
contrazione costituisce
la condizione ergotrofica
dell’organismo, l’energia
si estende dal nucleo
alla periferia, e ciò
permette il contatto
del Vivente con il mondo
esterno nel rapporto
Io-Tu-Io. La distensione
costituisce invece la
condizione trofotrofica
dell’organismo, che
vede l’energia trattenuta
nel nucleo dell’organismo,
per cui la zona periferica
si avvolge attorno ad
esso, in una dimensione
narcisistica Io-Io,
che permette la contemplazione
del piacere. Dall’appagamento
o meno di un bisogno
dipendono le condizioni
di gioia e dolore. In
rapporto ai singoli
bisogni avremo perciò
l’esecuzione di specifici
movimenti. Ogni movimento
bioenergetico prevede,
in natura, una meta
verso la quale dirigersi,
e questa meta è tale
per cui garantisce l’appagamento
del bisogno:
§ il
bisogno di nutrizione
può essere appagato
attraverso il movimento
di sottomissione,
aggressione,
seduzione;
§ il
bisogno sensoriale
nasce dalle condizioni
di fiducia primaria
nel Tu-di-riferimento
e può essere appagato
attraverso i movimenti
di seduzione
o sottomissione
che si realizza in un
contatto non-sessuale
tra Io e Tu;
§ il
bisogno sessuale
prevede la conquista
di un Tu-meta che può
realizzarsi attraverso
il movimento di seduzione
o di sottomissione
strumentale;
§ i
bisogni di conferma
e appartenenza
possono essere soddisfatti
attraverso il movimento
di seduzione
o di sottomissione
o di oppressione
La
terapia dei cinque movimenti
Poiché
un movimento armonioso
coinvolge il Sé nella
sua interezza esso coinvolge
e si esprime anche nella
postura, nello sguardo,
nella voce, nella respirazione,
nel colorito della pelle;
pervadendo ogni attività
del Vivente compreso
le attività fisiologiche,
interessando pertanto
la funzione cardiocircolatoria,
endocrina, immunitaria
eccetera. La scuola
neoreichiana prevede
quindi, nel suo intervento
terapeutico, oltre al
massaggio, agli esercizi
bioenergetici e alle
interpretazioni e verbalizzazioni
del paziente, vere e
proprie situazioni esperienziali
nel corso delle quali
il paziente può sperimentare
che quando il Sé supera
gli introietti e scioglie
i blocchi che legano
i movimenti,
allora è possibile realizzare
la fusione tra mente
e corpo, conseguenza
"sana” di quella
identità funzionale
di cui già Reich ebbe
a dire. Quando nel percorso
terapeutico il paziente
si scontra con i blocchi
che limitano o impediscono
il movimento,
riemergono dalla corazza
muscolare le memorie
somatiche che sostengono
i fantasmi responsabili
del suo disagio. Allora
il paziente può “ri-membrare”
in virtù dei ricordi
sequestrati nelle sue
membra, “ricordare”
restituendo ai primi
i sentimenti che ad
essi sono associati,
e finalmente “rammentare”,
ripristinando una nuova
rappresentazione mentale
funzionale della realtà.
1.
Il
percorso terapeutico
dei cinque movimenti,
ha luogo a partire dal
movimento di pianificazione:
esso rappresenta la
condizione che prelude
al successivo movimento,
e dispone ad un funzionale
esame di realtà. Pertanto,
si avvale di un centro
energeticamente carico
a scapito di una periferia
scarsamente profusa
di energia: è la condizione
economica che permette
di trascendere la presentazione
dei dati di realtà in
funzione di una rappresentazione
dell’azione che si proietta
mentalmente sullo sfondo
del futuro. La pianificazione
è la ricerca di una
risposta adeguata ad
una situazione generalmente
nuova. L’azione prende
forma dalla fantasia
e si staglia come figura
sullo sfondo di un dialogo
che ha luogo tra bisogno
e ambiente esterno (Tu-meta);
2.
il
movimento di sottomissione
prevede la capacità
di realizzare la fiducia
primordiale nei confronti
del Tu-di-riferimento,
vincendo il pregiudizio
di un immaginario collettivo
che nel sottomesso vede
il perdente. È ciò che
procede al "lasciarsi
andare regressivo",
dal riconoscimento (esame
della realtà inequivocabile)
di un sistema relazionale
ordinato gerarchicamente.
In questa condizione
l’energia fluisce dal
centro alla periferia,
con una debole profusione
verso l’esterno che
si concretizza nella
relazione Io-Tu (indifferenziato)-Io.
3.
il
movimento di diffidenza
ha la funzione di inibire
temporaneamente l’azione,
allo scopo di valutare
e verificare la realtà.
L’energia fluisce dal
centro alla periferia,
mobilitando la profusione
al mondo esterno con
modalità ambivalente.
La condizione è crucialmente
conflittuale e richiede
al soggetto di rispondere
con una decisione di
“andare verso” (attivazione
dell’energia) o “andare
via da” (inibizione
dell’energia). Occorre
che il paziente sperimenti
che quello che originariamente
era un movimento salvavita,
una risposta all’emergenza
che aveva lo scopo di
proteggere da una minaccia
esterna, è spesso utilizzato
per proteggere da una
minaccia che proviene
dal proprio mondo interno,
da introietti che suggeriscono
ingiunzioni e censure.
Il sistema di regolazione
del piacere è raggrinzito,
quello che dispone alla
fuga è ignorato: impera
l’inibizione dell’azione.
4.
il
movimento di seduzione
è finalizzato a condurre
a sé il Tu-meta allo
scopo di procurare l’appagamento
di un bisogno. La condizione
si realizza quando l’energia
è libera di scorrere
dall’interno all’esterno,
e quindi di oltrepassare
la periferia. Il fluire
dell’energia in questo
modo permette la realizzazione
di una relazione Io-Tu,
nella quale ha luogo
un temporaneo controllo
del Tu. Di nuovo, il
paziente farà i conti
con l’opportunità di
vincere il pregiudizio
circa un’azione che
a causa di un pregiudiziale
immaginario collettivo
rischia di rimandare
a significati equivoci
che alludono a malevoli
intenzioni, mentre la
realtà inequivocabile
suggerisce la complementarietà
della relazione appagante.
Contemporaneamente si
tratta di permettere
al paziente di uscire
dalla fissazione di
un comportamento seduttivo
fine a se stesso che
è proprio del
carattere psicopatico.
5.
il
movimento di aggressività
si compie entro la dinamica
di attacco o di fuga.
L’energia è economicamente
disposta a fluire dal
centro alla periferia
che si offre, nella
sua condizione di permeabilità,
consentendo la forte
profusione energetica
dal Sé al mondo esterno.
Si tratta di un movimento
che si compie in una
sequenza a due fasi:
quella di “carica” (ad
es. la rabbia che attivandosi
interessa tutta la muscolatura)
e quella di “esplosione”
(che consiste nel trasferimento
della tensione muscolare,
attraverso l’azione,
sull’obiettivo). Tra
queste due fasi, il
Sé ha la possibilità
di analizzare la realtà
e decidere conseguentemente
se attuare un movimento
di attacco o di fuga.
L’esperienza terapeutica
del movimento aggressivo
consente la consapevolizzazione
che esso è parte imprescindibile
della natura, compresa
quella umana, e come
l’istinto sessuale,
può essere deviato verso
fini sociali, ma mai
negato. Quando ciò avvenisse
ne deriverebbe un ingorgo
energetico che interesserebbe
l’organismo, con conseguenze
quali la malattia nella
sua espressione a prevalenza
somatica o psichica,
e tuttavia simmetricamente
funzionale. Questo stesso
ingorgo si sposterebbe
successivamente nell’oppressore,
traducendosi in atteggiamenti/comportamenti
si tipo sociopatico.
L’ordine costituito
poggia sullo zoccolo
della frustrazione individuale
e si estende ai modelli
educativi famigliari.
Anche la famiglia, come
cellula sociale, è quindi
farcita di tensioni
relazionali tra i membri,
che vengono inesorabilmente
catalizzate dal membro
più esposto che, assumendo
il ruolo di paziente
designato, assolve alla
funzione del mantenimento
dell’equilibrio omeostatico
del sistema.
La
metafora dell’Uomo a
Cassetti
Possiamo
pensare che l’operazione
controllo abbia
sinteticamente avuto
luogo a partire dall’apprendimento
dei meccanismi di intellettualizzazione,
di sublimazione
e di socializzazione.
Gli impulsi provenienti
dal “profondo” sono
stati via via affidati
al processo intellettivo/razionale,
che si impose con la
finalità di rendere
più dignitosi e degni
(socialmente accettabili)
i bisogni deviati verso
mete filtrate dalla
moralità e dal costume
sociale. Il corpo imparò
suo malgrado a confinare
difensivamente entro
le sue “strettoie” morfologiche,
gli scomodi impulsi,
stipandoli in modo tale
da fare dell’intero
corpo una cassettiera
verticale:
§
Congelando
le fasce muscolari che
separano la calotta
cranica dal viso
si realizza la scissione
tra pensiero
ed espressione;
§
Bloccando la muscolatura
cervicale si
disgiunge l’espressione
dai sentimenti
che abitano il torace;
§
Ghiacciando
i fianchi si
interrompe la connessione
tra sentimenti
ed emozioni aventi
sede nell’addome;
§
La contrazione dell’inguine
permette di separare
le emozioni dalla
sessualità;
§
Imbrigliando le caviglie
viene impedita la connessione
tra terrenità e
pensiero astratto;
§
Inguantando
energeticamente le mani
dal resto, le “antenne”
del percepire esperienziale
risultano isolate.
La
Nevrosi di Potere
L’opera
di Adler aveva introdotto nella pratica psicoterapeutica
una tematica fondamentale
del destino umano: il
problema del sentimento
di imperfezione. Egli
aveva colto che il fondamentale
anelito umano è rivolto
alla perfezione.
La consapevolezza di
Adler era che il mito
occidentale ci aveva
suggerito una doppia
maledizione: la visione
di perfezione propria
dello “spirito” e la
limitazione posta dalla
finitezza della “materia”.
Egli seppe cogliere
questa duplicità che
spaccava l’uomo tra
cielo e terra, e quindi
ne colse soprattutto
la finzione con la quale
l’uomo costruisce la
metafora della natura
umana. Giungerà ad affermare in uno dei suoi
scritti più importanti:
“Tutta la nostra cultura
umana è fondata sui
sentimenti di inferiorità”.
Reich
giunse alla sua “analisi
del carattere” individuale
a partire da un’accurata
e geniale analisi dell’organizzazione
sociale. Sostenne infatti
che la formazione del
carattere è influenzata
dalla struttura sociale
ed economica a cui i
soggetti appartengono.
Tale struttura infatti,
crea determinate strutture
di famiglia aventi certi
stili di condotta (in
particolare la condotta
sessuale) che perpetuano
nell’educazione dei
figli, influenzandone
la vita pulsionale.
È a partire da ciò che
si osservano mutamenti
negli atteggiamenti
e nelle condotte reattive
degli individui. Sono
queste le modalità attraverso
le quali le ideologie
di una società si “materializzano”
nella strutturazione
del carattere degli
uomini. “La struttura
caratteriale è un processo
sociologico irrigiditosi
in una determinata epoca”.
Servendosi
di una visione antropologica
fondante, coerente con
la precedente visione
reichiana, la teoria
Neoreichiana può affermare
che se una società non
conosce il “possesso”,
perché regolata sulla
socio-economia del gruppo,
allora non conosce il
sentimento di dolore
derivante dall’inibizione
dell’azione, perché
questo dolore non ha
alcuna necessità di
essere mascherato allo
scopo di mantenere il
ruolo, lo status,
può infatti riversarsi
sul mondo, può essere
espresso senza alcun
vissuto di “inferiorità”.
In questa dimensione
sociale, tutto torna
relativamente presto
ad ispirarsi alla possibilità
ulteriore di appagamento
dei bisogni. Quella
a cui alludiamo è una
società di individui,
non di persone, nella quale è presente il
principio di potere
accanto al principio
del piacere. E il
termine “potere” è una
sostantivizzazione del
verbo potere, il cui
significato è: “è
possibile” il (possum
latino). Infatti,
prendendo possesso
dell’oggetto-meta si
realizza quella condizione
che permette la soddisfazione
del bisogno, proprio
perché è possibile farlo.
Non si conoscono gli
artifizi astratti che
portano alle condizioni
di metapiacere, dato
che la vita è condotta
in modo organismico
e quindi armonico. È
infatti nell’astratta
immaginazione che regola
il metapiacere che il
principio di potere
si trasforma in nevrosi
di potere, dimensione
peraltro sconosciuta
all’Io-organismico.
La realtà sopra descritta
permetteva la soddisfazione
dei bisogni in una condizione
di appartenenza garantita
dal rispetto delle norme
comportamentali vigenti
che prevedono ricompense
e punizioni provenienti
da una “realtà sociale”,
e quindi “concreta”.
È nel dispiegarsi del
tempo che la sopravvivenza
si confronta con il
fantasma del futuro:
la risposta è il movimento
di pianificazione a
medio termine. Il
domani si fa sempre
più imprevedibile. Incombe
la paura della morte
alla quale si associa
quella condizione interiore
che prenderà il nome
di Ansia. Il
Sé ne viene contaminato,
e l’insieme di questi
segnali interni giunge
filogeneticamente fino
a noi, ai giorni nostri.
L’ansia darà
luogo a risposte quali
tentativi di controllo
per garantire il domani:
ecco l’animismo del
pensiero magico che
si farà via via misticismo
ingenuo quale garanzia
di potere sull’invisibile;
ecco la guerra quale
mezzo di imposizione
di un potere sulla realtà
visibile. Tra le correnti
delle dinamiche interiori
si fa strada il territorio
dell’immaginario che
produce i suoi simboli,
le sue figure e le sue
forme. L’istinto lascia
il posto alla pianificazione
che deciderà il movimento.
La pulsione subisce
l’interruzione sul percorso
in direzione dell’oggetto
meta. Lo scorrere dell’energia
si interrompe, si segmenta,
lo stesso Sé si segmenta
dando luogo a fantasie.
Fantasmi persecutori,
fantasmi di seduzione
sia nella direzione
del piacere/distensione
che del dispiacere/contrazione
introducono l’individuo
nella valle del conflitto.
L’appartenenza minacciata
dall’immaginario trova
nella fusione coatta
del Noi-Famiglia la
rassicurante cristallizzazione.
Il bisogno di appartenenza
biologicamente fondato
si trasforma in obbligo,
dovere: il Noi-Famiglia
attiva il suo processo
di chiusura difensiva.
Si apre l’era dell’antagonismo
che utilizza il movimento
aggressivo a scopo di
soprafazione e distruttivo.
Ecco il vissuto di perdita
e di lutto.
La consapevolezza del
Tempo, del vivere e
del morire, inducono
l’angoscia di morte
che si risolve nella
risposta di contrazione.
Su di essa non c’è potere:
l’evento ineluttabile
della morte può solo
essere trasceso, con
un processo mentale
che va oltre la ragione,
la logica, e l’armonia
ecologica. L’universo
va ripensato tra un
“prima” e un “dopo”
la vita stessa. Questo
ripensamento è la gestazione
stessa della morale
e della cultura.
Nella credenza dell’eternità
prende forma e si sviluppa
la Nevrosi di Potere
e quindi la sete di
dominio. La realtà percepita
non è più “reale” ma
equivoca. Il totem
ha colonizzato la vita
umana: l’interruzione
del movimento introduce
la costrizione e la
proibizione e quindi
la contrazione-non-distensione.
Irrompe l’Io-ideale
che sostituisce l’ “edonismo
strumentale ingenuo”
con la “morale autoimposta”.
In questo modo l’individuo
si trasforma in persona:
la nevrosi alimenta
le interruzioni che
fissandosi nella corazza
muscolare assecondano
l’inibizione del movimento
e la persona impara
a nutrirsi di bisogni
disattesi, di pseudo-bisogni.
Dietro alla paura della
perdita, dietro
al desiderio di controllo
c’è una nuova forma
di potere, mentre
sembra costituire una
sorta di remunerazione,
è invece sostenuto dalla
fantasia di onnipotenza.
Ecco la nevrosi di
potere, essa indossa
i panni dell’autorità,
del controllo, del prestigio,
dell’ascendente, della
fama. Ma vi è di più: essa si estende fino
a colonizzare il mondo
interno dell’uomo, la
sua “anima”, in virtù
di un esercizio di potere
che, detto appunto “spirituale”,
è ben più grandioso
del potere “temporale”.
Analisi
Neoreichiana come terapia
integrata
Riteniamo
che se ci si lascia
guidare dal “corpo”,
fino ad intravedere
in esso il “teatro”
nel quale il disagio
recita il suo copione,
si può giungere fino
alla sua preistoria,
a quell’epoca fonda,
in cui “le parole
sono meno importanti
delle percezioni olfattive,
tattili, visive e acustiche,
per cogliere finalmente
il legame tra sofferenza,
angoscia e godimento.”.
Allora è facile, dopo
aver investito il corpo
della stessa attenzione
con cui Reich e Lowen
guardarono ad esso,
vederlo come Perls “in
ogni momento, parte
di qualche campo. Il
suo comportamento è
una funzione del campo
totale, che comprende
lui e l’ambiente.”.
A questo punto si giunge
necessariamente a considerare
che la comunicazione
dell’uomo prevede sia
il modulo numerico che
quello analogico, che
mentre l’uno si incarica
di trasferire contenuti
digitali, l’altro è
coinvolto nella funzione
di processo, e ciò porta
ad una delle regole
fondamentali della comunicazione,
per cui “non è possibile
non-comunicare”. La terapia avrà allora come obiettivo
quello di permettere
al paziente di “…tornare
in sé, tornare ai suoi
sensi. […] smettere
di allucinare, di trasferire
e proiettare. Deve smettere
di retroflettere e di
interrompersi.”. Di nuovo, un’altra teoria com’è la
Gestalt, risulta efficacemente
integrata nel mettere
l’attenzione nel “qui
ed ora”, per giungere
successivamente al “lì
e allora”, interrogandosi
sul “come” piuttosto
che sul “perché”. La
terapia neoreichiana
si avvale pertanto,
al fine di promuovere
il processo di autoconsapevolezza,
anche delle domande
chiave della terapia
della Gestalt: “Cosa
fa?”, “Cosa sente?”,
“Cosa vuole?”, “Cosa
evita?”, “Cosa si aspetta?”.
A questo punto si giunge
fino alla tecnica psicodrammatica.
Il setting prevede perciò,
oltre al rapporto individuale
terapeuta-paziente,
anche il rapporto terapeuta-gruppo,
permettendo il passaggio
dai “teatri del corpo”
ai “teatri dei corpi”,
sottolineando l’importanza
della relazione interpersonale
esercitata nel Teatro
della Spontaneità
secondo Moreno.
Qui, trovando espressione:
la Sinfonia dei molti
Sé individuali, la funzione
inibitoria dell’Io-ideale
rispetto all’Io-organismico,
la Corazza Caratteriale,
le Maschere proprie
della Personalità, si
liberano i soggetti
dalla prigione dei ruoli
precostituiti e dai
cliché. Nella situazione
drammatizzata, viene
sperimentata la potenza
del tele, che
secondo Moreno costituisce
la struttura primaria
della comunicazione
interpersonale. Intendendo il tele come la
più piccola “unità di
sentimento” tra individuo
e individuo, esprimente
la naturale tendenza
dell’uomo a porsi in
relazione con i suoi
simili, la scuola neoreichiana
ne adotta il concetto
sostituendolo al concetto
di transfert freudianamente
inteso. Ponte invisibile
di una influenza a distanza
attraverso cui scorrono
le emozioni tra individui,
il tele si fa
strumento decisivo del
processo terapeutico.
Il Protagonista recita
nella scena la sua parte;
dai ruoli emerge il
Sé, e non viceversa.
Il ruolo viene quindi
non solo gito come mezzo
di espressione, ma anche
rappresentato a livello
mentale, e ciò diventa
un’ulteriore mezzo di
autoconoscenza, strumento
di cambiamento.
Questa
potente integrazione
di modelli permette
alla teoria neoreichiana
di guardare al corpo
non come ad un oggetto
del mondo, ma a ciò
che piuttosto dischiude
un mondo, “quello
che scopro in procinto
di agire, o paralizzato
dallo sguardo dell’altro,
o incoraggiato da un
gesto, o piegato dal
dolore non è il mio
corpo, ma sono io”. Se si ignora l’identità di “corpo”
ed “esistenza”, non
è più possibile alcun
riferimento al corpo
nell’accezione umana,
ma solo all’organismo
inteso come materia
anatomica, come organismo
descrivibile biologicamente.
La scuola neoreichiana
intende quindi accostarsi
all’individuo, non attraverso
le metodiche della scienze
positive che possono
solo spiegare dei “fatti”
senza comprenderne i
“significati”, poiché
ogni fatto spogliato
del suo significato
risulterebbe per definizione
non-psichico e quindi
in-umano. (Giovanni Marchioro)
Bibliografia
§
Bernasconi,
W., Teorie Neoreichiane,
IRC-Press, Lugano, 2003,
p. 131.
§
Bernasconi,
W., Ecce homo nevroticus
normalis, IRC-Press,
2005, p. 136-153.
§
Cattell,
R., B., Personalità:
a systematical theoretical
and factual study, McGraw-Hill,
New York, 1950.
§
Cattell,
R., B., Kline, P., Personalità
e motivazione, Il
Mulino, Bologna, 1982.
§
Damasio,
A., R., Emozione
e coscienza, Adelphi,
Milano, 2005, p. 38.
§
Eysenck,
H., J., The scientific
study of personalità,
Routledge and Kegan
Paul, London, 1952.
§
Eysenck,
H., J., The structure
of human personality,
Methuen, London, 1952.
§
Eysenck,
H., J., Eysenck personality
Inventory, Verlag
H. Huber, Berna, 1978.
§
Downing
G., Il corpo e la
parola, Astrolabio,
Roma, 1995.
§
Ferenczi
S., Diario clinico,
Raffaello Cortina, Milano,1988.
§
Freud
S. (1922), L’Io e
l’Es, in Opere,
Vol. 9, Boringhieri,
Torino, 1977, p. 490.
§
Galimberti,
U., Dizionario di
Psicologia, UTET,
Torino, 1992, p. 678.
§
Galimberti,
U., Psichiatria e
fenomenologia, Feltrinelli,
Milano, 2003, p. 229.
§
Harré,
R., The singular
self, SAGE, London,
, 1998, p. 190; Tr.
It. La singolarità del sé: Introduzione
alla psicologia della
persona, Raffaello Cortina, Milano, 2000.
§
Hartmann,
H., Essays on Ego
Psychology: Selected
Problems in Psychoanalytic
Theory, International
University, New York,
1964.
§
Hillman,
J., Le storie che
curano, Raffaello
Cortina, Milano, 1983.
§
Lowen,
A., Il linguaggio
del corpo, Feltrinelli,
Milano, 1984, p. 39.
§
Jacobson,
E., The self and
The Object World,
Hogarth Press, London,
1964; Tr. It. : Il
Sé e il mondo oggettuale,
Martinelli, Firenze,
1974.
§
Jervis,
G., Significato e
malintesi del concetto
di “sé”. In Ammaniti
M. (a cura di): La nascita
del sé, Laterza, Roma-Bari,
1989.
§
Jung,
C., G., Aion: Ricerche
sul simbolismo del sé,
in Opere, Boringhieri,
Torino, 1980.
§
Keleman,
S., Il corpo è lo
specchio della mente,
CELUC Libri, 1979.
§
Kernberg,
O., Object Relations
Theory and Clinical
Psychoanalysis,
Aronsson, New York,
, 1976; Tr. It. : Teoria
della relazione oggettuale
e clinica psicoanalitica,
Torino, Boringhieri,
1980.
§
Kohut,
H., The analysis
of the self, International
University, New York,
1971; Tr. It. : Narcisismo
e analisi del sé,
Borinhieri, Torino,
1976.
§
Mahler,
M., Infantile Psychosis,
Northvale, NJ, London,
1968; Tr. It. : Le
psicosi infantili,
Boringhieri, Torino,
1976.
§
Marchino,
L., Mizrahil, M., Il
corpo non mente, Frassinelli,
Cles (TN), 2004, p.
12.
§
Mc
Dougall, J., I teatri
del corpo, Raffaello
Cortina, Milano, 1990,
p. 11.
§
Moreno,
J., L., Il teatro
della spontaneità,
Guaraldi, Firenze, 1973.
§
Moreno,
J., L., Gruppenpsychotherapie
und Psychodrama. Einnleitung
in die Teorie und Praxis,
Thieme, Stuttgart, 1959.
Moreno, J., L., Sociometria,
Psicoterapia e Sociodramma,
Etas Libri, 1980.
§
Perls,
F., Hefferline, R.,
Goodman, P., Teoria
e pratica della Gestalt,
Astrolabio, 1971, p.
27.
§
Reich,
W. (1949), Analisi
del carattere, Sugarco,
Carnago, 1973, p. 111.
§
Rossati,
A., L’Io e il Sé
nel pensiero di Freud.
Un riesame dell’opera
freudiana alla luce
della dottrina di Brentano.
Guerrini, Milano, 1990.
§
Watzlavick,
P., Helmick Beavin,
J., Jackson, D.,D.,
Pragmatica della
comunicazione umana,
Astrolabio, 1971, p.
59, p. 65.
§
Winnicott,
D., W., The Maturational
Process and Facilitating
Environment. Studies
in the Theory of Emotional
Development. The
Hogarth Press and Istitute
of Psychoanalysis, London,
1963; Tr. It. Sviluppo affettivo e ambiente: Studi sulla teoria dello sviluppo
affettivo,
Armando, Roma, 1974.