Il profilo scientifico-culturale le topiche

La scuola neoreichiana prende forma alla fine degli anni '80 e si distingue per un innovativo profilo scientifico e culturale. Scrive il Prof. Dr. Giovanni Marchioro, direttore pro-tempore della Scuola:

La novità che accomuna oggi i paradigmi scientifici, è che essi non hanno più la pretesa di essere definitivi, o di aver raggiunto conclusioni certe. La consapevolezza che essi non sono la realtà, ma solo il modo, presumibilmente migliore, di approssimarsi ad essa, fa di ogni modello una mappa destinata a sopravvivere fin tanto che riesce a spiegare, o meglio, a comprendere i fenomeni osservabili. Ciò avviene anche all’interno del sapere psicologico; e perciò stesso l’ambito psicoterapeutico prevede che la teoria, la ricerca e la prassi, costituiscano aspetti inseparabili dell’unico processo che caratterizza il “prendersi cura” di un individuo in difficoltà.

A partire dall’affermazione freudiana secondo la quale l’Io “è prima di ogni altra cosa un Io-corpo”[1], la dimensione corporea ha assunto un ruolo, all’interno della pratica psicoterapeutica, e nel corso dell’evoluzione della stessa ha catalizzato un interesse che è andato gradualmente aumentando. Da una visione prettamente intrapsichica delle dinamiche psicologiche, l’attenzione si è spostata via via anche verso l’esterno, dedicandosi al ruolo delle relazioni oggettuali, alle funzioni dell’Io, all’adattamento dell’individuo nel suo ambiente di vita. Ogni psicoterapia ad orientamento corporeo, è sostenuta da una specifica teoria del funzionamento mente-corpo, che prende in considerazione la complessità delle intersezioni ed interazioni psiche-soma. Il corpo, tuttavia, rappresenta l’interezza dell’individuo. Come fenomeno centrale della terapia, esso ha continuato ad essere considerato soggetto da osservare/studiare, sia come veicolo espressivo, che come strumento privilegiato di cura. Ma la centralità del corpo in terapia, non ha tuttavia impedito di prevedere comunque un doppio livello di intervento: quello verbale accanto a quello fisico.

Parallelamente all’evoluzione teorica, si è assistito ad un corrispondente sviluppo e arricchimento del repertorio tecnico-strumentale del terapeuta. Ciò ha permesso di spingere l’osservazione clinica e l’intervento terapeutico ad indagare la continuità e le profonde connessioni che caratterizzano ogni processo psicofisiologico, assumendo ogni sua manifestazione come espressione dell’organizzazione caratteriale-personologica dell’individuo. In questo modo decade ogni organizzazione gerarchica tra psiche e soma, ed entrambi assumono carattere di aspetti funzionali e interagenti di un tutto.

 

Background 

In accordo con il paradigma scientifico dell’epoca, il pensiero freudiano aveva suggerito la necessità di indagare il funzionamento psichico tenendo conto dei processi fisiologici, e la teoria delle pulsioni è prova della sua attenzione biologica. Tuttavia, non sembra che il padre della psicoanalisi, nella sua metapsicologia, abbia saputo trovare il posto giusto per il corpo, e che di ciò ne fosse consapevole[2]. Ferenczi stesso aveva guardato al corpo con grande interesse. In una prima fase infatti, egli vive il corpo come nemico dell’analista (1917-1921), interpretando il paziente che mostra posture o insoliti movimenti, come impegnato ad evitare pensieri e associazioni importanti[3]. Vi è implicito il concetto di “resistenza” come ostacolante il processo di analisi, dato che lo spostamento della libido è tale da non consentire al soggetto di portare a coscienza pensieri ed associazioni. Sulla base di queste considerazioni nasce dietro suggerimento di Ferenczi la “tecnica attiva”, per cui egli chiede ai suoi pazienti di reprimere certi movimenti o la modificazione di determinate posture per suscitare in essi le condizioni atte a portare a coscienza materiale represso o rimosso. Tra il 1921 e il 1926, Ferenczi, non solo smette di suggerire al paziente la repressione di movimenti e posture, ma addirittura li incoraggia, sostenuto dalla convinzione che il paziente debba seguire la sua inclinazione per comprendere ciò che è nascosto e che ha bisogno di essere svelato. È in questo periodo perciò, che Ferenczi introduce il lavoro sul transfert negativo. Sottolinea la necessità che il paziente viva la piena fiducia nel terapeuta per aprirsi a lui mediante il corpo vincendo ogni riluttanza. Sarà pertanto l’analisi del transfert negativo la tecnica che consentirà di creare le condizioni adatte a realizzare la fiducia di cui sopra e quindi quella che sarà anche definita “alleanza terapeutica”. Attraverso il corpo, Ferenczi, lavora sulle prime fasi di vita e, rivedendo la sua concezione del periodo preverbale, si rende conto che spesso la sintomatologia nell’adulto deriva da eventi reali che hanno a che fare con quel lontano periodo evolutivo. Intervenendo quindi sul corpo, egli riesce a riportare il paziente in epoca preverbale, in uno stadio evolutivo in cui la funzione del pensiero non è ancora attiva, in cui il ricordo si inscrive nella memoria somatica, ed è lì che è possibile ripescarlo[4]. La scissione sarebbe quindi responsabile della sofferenza traumatica. Tuttavia, Ferenczi osserva che il recupero del ricordo, il ritornare al trauma, alle ferite, ai conflitti, non produce di per sé alcun mutamento. Egli si convince che occorre altro, e che il terapeuta deve offrirsi al paziente, nella situazione regressiva indotta dalla terapia, come un genitore in grado di contenere e avvolgere con un clima empatico e privo di conflitti. Questa è per lui l’unica condizione adatta a rendere il paziente in grado di affrontare il suo dolore e di sperimentare una relazione capace di risanare.          

Tuttavia, sarà l’opera di Wilhelm Reich che successivamente saprà dare vita alle prime ipotesi sull’esistenza di interconnessioni profonde e complesse tra psichico e organico e che vedrà, nell’affermazione del concetto di “identità funzionale”, la sintesi di una nuova concezione del rapporto mente-corpo. Atteggiamenti muscolari e caratteriali, ebbero, da questo momento nell’economia psichica del soggetto la stessa funzione e fu loro riconosciuta la possibilità di influenzarsi reciprocamente. Era possibile quindi aspettarsi di trovare un correlato psichico ad ogni tensione muscolare e viceversa. Il lavoro analitico fu orientato verso lo smantellamento della struttura caratteriale divenendo precursore di tutti gli studi successivi relativi alla “personalità”. Pur rifiutando decisamente il concetto di “pulsione di morte”, che sostituì concettualizzando distruttività ed autodistruttività come conseguenze di esperienze negative vissute nella prima infanzia nell’interazione con l’ambiente, Reich rimase legato alla concezione energetica dei disturbi psichici, secondo l’originario pensiero freudiano[5]. Basando la sua caratterologia sull’idea di una conflittualità fra istanze sociali repressive e nucleo biopsichico, egli pensò che il tentativo di adattamento del bambino ad un ambiente famigliare incapace di fornire contatto emotivo, fosse il presupposto all’irrigidimento caratteriale. Tale effetto, mentre da un lato aveva la funzione di salvare il rapporto con le figure genitoriali, dall’altro agiva contro le istanze pulsionali. In tal modo Reich avviava, su basi psico-biologiche, la sua critica alla società autoritaria[6], anticipando al tempo stesso l’attenzione allo sviluppo del potenziale umano, all’espressione del Sé e della creatività soggettiva, che caratterizzarono l’orientamento di gran parte della psicoterapia degli anni ’50. Mentre il lavoro psicoanalitico poneva molta attenzione ai ricordi, alle immagini e solo accidentalmente alle emozioni, l’analisi del carattere di Reich si focalizza sul rapporto esistente tra movimento ed emozione. Infatti, l’espressione delle emozioni, da ex-premere, passa attraverso il movimento. Ex-premere, del resto, è il contrario di re-primere. Si trattava quindi di liberare ciò che era stato represso e giaceva imbrigliato nei vari distretti corporei, superando pertanto la metodologia psicoanalitica che rischiava, mentre cercava di rendere conscio l’inconscio, di operare esclusivamente sul registro mentale. Era assoluta convinzione di Reich che non fosse affatto sufficiente ricordare, ma che fosse necessario riuscire ad esprimere il materiale represso. Egli si riferiva naturalmente all’espressione delle emozioni, che etimologicamente (ex-movere) rimandano alla necessità del “muovere”, dato che non è possibile ex-primere se non attraverso l’ex-movere. Considerata quindi la tipologia caratteriale, che configurantesi come manifestazione specifica della soggettività dell’individuo, anche l’analisi del carattere veniva a costituirsi come percorso terapeutico specifico e non aprioristicamente valido per tutti. L’analisi delle resistenze attuali rivelate nel setting attraverso l’interpretazione del non-verbale, costituì per Reich la prima fase della terapia, premessa alla necessaria alleanza terapeutica, condizione questa, utile a garantire al paziente la capacità di tollerare la frustrazione causata dal lavoro analitico. Solo successivamente, le resistenze, per come si presentavano nella gestualità, nella postura o altro, potevano essere ricollegate al materiale infantile, giungendo alla loro eliminazione[7]. Non si trattava più quindi di conoscere immediatamente l’origine infantile di una resistenza, ma considerando prima di tutto l’attualità della stessa, il materiale arcaico sarebbe spontaneamente emerso[8]. Accanto all’importante aspetto contenutistico, “digitale”, portato dal paziente, assumeva dignità analitica anche la componente formale, “analogica”, dello stesso.

La vegetoterapia analitica del carattere di Reich, rappresentò il passaggio dall’analisi puramente verbale al lavoro diretto sul corpo. Il suo obiettivo era rappresentato dal raggiungimento, da parte del paziente, di abbandonarsi completamente ai movimenti spontanei e involontari del corpo che facevano parte del processo respiratorio: lasciare che la respirazione avvenisse piena e profonda. Le onde respiratorie producevano un movimento ondulatorio del corpo che definito dall’autore “riflesso orgasmico”. Lowen, partendo dal lavoro di Reich, del quale fu discepolo dal 1940 al 1952, sviluppò la sua teoria Bioenergetica. Concependo la vita di un individuo come la vita del suo corpo, e concependo il corpo come sintesi della mente, dello spirito e dell’anima, egli giunse ad affermare che vivere la vita significava avere una vita mentale, spirituale e sentimentale piena. Anche la terapia bioenergetica, pertanto, “combina il principio dell’attività a livello somatico con la pratica analitica a livello psichico[9]. Nella sua concezione bioenergetica degli istinti, Lowen si oppone al concetto di pulsione di morte e riformula concettualmente l’idea di pulsione aggressiva[10]. Riconosce nell’Eros, non l’istinto sessuale, ma la forza che motiva tutta l’attività istintuale e non concepisce alcuna attività vitale fuori da essa. Si tratta di una forza o energia che opera attraverso la materia. Da questa considerazione ne fa derivare la visione secondo la quale la parte anteriore del corpo è da considerare come “sensoria” mentre quella posteriore è invece la parte “motoria”[11]. Da queste concezioni, merito di questo autore, è stato quello di giungere ad un’ampia e particolareggiata descrizione dei tipi caratteriali, riprendendo l’accezione reichiana di armatura o corazza, permettendo di comprenderne la sintomatologia alla luce di una visione genetico-dinamica[12]. Nel corso del processo di crescita l’individuo sperimenta il rischio probabile che la libera espressione delle emozioni si scontri con il rifiuto, la disapprovazione, l’umiliazione e la punizione da parte dell’ambiente. L’individuo pertanto, impara presto a controllare le proprie emozioni. Conseguentemente al controllo emotivo si producono nei vari distretti somatici coinvolti in quelle che sarebbero le modalità espressive, blocchi muscolari permanenti dovuti alle tensioni croniche inconsce. Lowen comprese anche come l’illusione di poter ottenere da adulti ciò che è mancato da bambini fosse il presupposto di un sicuro fallimento. Egli introdusse una metodologia terapeutica costituita da una serie di tecniche finalizzate ad un approccio sistematico e coerente, oltre che profondo sia nella direzione psichica che somatica. In tal modo, il processo regressivo e il successivo processo di consapevolizzazione, vengono fortemente stimolati dall’unitario coinvolgimento dell’organismo. Ristabilire il libero movimento dell’energia del corpo è l’obiettivo primario, e viene assicurato dall’intervento diretto sui blocchi energetico-emozionali presenti nel paziente e osservabili sia a livello somatico che psichico ed emozionale. Lowen si rese conto che la posizione supina richiesta dalla precedente terapia reichiana, rappresentava un ostacolo al lavoro analitico in quanto, spesso, confermava e amplificava la passività e perfino il vissuto di impotenza del paziente e incominciò successivamente a lavorare in terapia prevedendo anche la posizione eretta da parte del paziente, al fine di promuovere in lui la percezione di contatto tra piedi e suolo, condizione in grado di stimolare il vissuto di radicamento (grounding)[13]. Alle sedute terapeutiche Lowen aggiunge veri e propri compiti a casa, costituiti da quegli “esercizi bioenergetici” da lui pensati per favorire lo scioglimento delle varie tipologie di blocchi.

 

L’ANALISI NEOREICHIANA

Teoria e prassi di Waldo Bernasconi, affondano sicuramente le loro radici nel pensiero di Reich e in parte di Lowen. Formatosi con Luigi De Marchi presso l’Istituto di Bioenergetica W. Reich di Roma, ha mantenuto l’idea di Reich di “identità funzionale”. È questa, infatti, la visione che sostiene il postulato cardine del suo pensiero, secondo il quale psiche e soma agiscono non come istanze subordinate o sopraordinate l’una all’altra, bensì come manifestazioni di un unico organismo. Egli ammette pertanto una “distinzione” funzionale alle necessità descrittive e non una “scissione” tra opposti, evocata da certi paradigmi, che ispirandosi ostinatamente ai modelli delle scienze naturali, pretendono di “spiegare” ogni disagio entro la visione lineare di causa ed effetto.

 

Il Sé

Numerose discipline si sono nel tempo occupate del Sé, concettualizzando tale nozione con significati non sempre equiparabili all’interno dei singoli orientamenti. Tuttavia, per le diverse prospettive storico-culturali, si tratta di una nozione che intende significare l’unicità, l’individualità e la specificità dell’essere umano, che si riconosce nelle sue componenti biologiche e psicologiche[14]. Harré[15] ne ha indagato le forme molteplici scomponendone il concetto e concependolo come sintesi di diverse identità alternantesi all’interno di molteplici rapporti interpersonali e sociali. In ambito psicoanalitico del resto, se da un lato Jervis[16] sostiene essere Winnicott il primo psicoanalista ad aver introdotto il concetto di “self” fino dagli anni ’40, coprendo l’assenza di tale concetto nella stessa opera di Freud, Rossati[17] cerca di sostenere che Freud indica nel termine Ich sia l’Io che il Sé, senza tuttavia indurre confusioni, e che ciò sarebbe avvenuto allo scopo di evitare il vocabolo tedesco Selbst, il quale allude a qualità interiori di carattere spirituale. Quest’ultimo termine viene piuttosto rivendicato da Jung[18] come concetto empirico, simbolo della totalità, caratterizzante il processo di individuazione. Dopo i tentativi operati dalla Psicologia dell’Io di separare il Sé dall’Io, Kernberg[19], includendo la rappresentazione del Sé nel sistema dell’Io, opera una ricongiunzione topica dei concetti. La Jacobson[20] formula la nozione del Sé in ordine al percorso evolutivo che procede dalla condizione originaria di frammentazione e indifferenziazione tra sé e l’oggetto, e attraverso la differenziazione procede verso il vissuto di identità. Recuperando il precedente pensiero di Hartmann[21], ella concepisce un’evoluzione che ha come risultato la capacità di rappresentazione del Sé corporeo e mentale nel sistema dell’Io. Il lavoro della Mahler[22], teorizza un Sé primario di natura neurofisiologica, che si caratterizza come esperienza aumento-diminuzione degli stati di tensione corporea. Il Sé quindi nasce a partire da una fase iniziale psicofisiologica ed evolve in una successiva fase che definisce del “Sé mentale”, nel corso della quale si imprimono le rappresentazioni psichiche di sé e degli altri. Successivamente, Kohut[23] riconoscerà nella sua teoria un Sé presente fin dalla nascita, che dalla iniziale condizione passiva, affermerà la sua autonomia grazie alla relazione empatica materna. In assenza di una relazione empatica, Kohut ritiene che il bambino subisca una fissazione e possa incorrere nella disintegrazione e nella frammentazione riducendo imponentemente la propria esperienza. L’esistenza dell’individuo è pertanto concepita fin dalla nascita come rapporto tra il Sé e l’oggetto Sé, che in origine coincide con le figure parentali in seguito interiorizzate, le quali hanno funzione supportava di tipo narcisistico nel processo di formazione dell’identità del Sé. L’oggetto materno avrebbe quindi una funzione speculare che informa il senso di grandezza  e di perfezione del bambino, mentre l’oggetto paterno assumerebbe il compito di fornire al bambino un modello ideale a cui rifarsi. Contemporaneamente Winnicott[24] ritiene che il Sé abbia origine da una condizione iniziale di frammentazione che solo una madre adeguata può condurre ad integrazione e quindi al senso di unità e individualità capace di garantire la competenza relazionale. La madre è quindi garante di un’interazione favorevole e presupposto di un corretto sviluppo del bambino. Una distorsione interazionale in cui si stabiliscano da parte della madre richieste di compiacimento risulterebbe responsabile della costruzione di un falso-Sé. Il Sé, per questo autore, non è quindi una struttura ma un’esperienza soggettiva, un vissuto interiore, che in caso di vuoto, aperto dalla risposta dell’altro, deraglia verso una condizione di compensazione che ha nel falso-Sé il suo riscontro. Il Sé di Winnicott è pertanto un vissuto soggettivo primordiale psico-corporeo e relazionale, avente funzione unificatrice dei singoli aspetti dell’esistenza umana fino a promuovere l’individuazione personale.

Nella teoria neoreichiana il Sé perde il suo carattere polisemico e controverso per assumere piuttosto un’esplicita natura somatica[25]. Perché sia nello spazio che nel tempo il Sé è indeterminato: da una parte non ha confini, dall’altra è in continua evoluzioni e trasformazione.  Solo il carattere di funzione mette al riparo da ogni tentazione metafisica[26]. In tal modo esso può diventare anche simbolo di un progetto. Ontologicamente esso è concepito come esperienza strutturante che origina a partire dal corpo ed è al tempo stesso il risultato filogenetico di un’evoluzione millenaria della specie umana. In tal modo il Sé è concepito dalla teoria neoreichiana sia come punto di partenza che come obiettivo e progetto sintesi del processo di cambiamento che compie il suggerimento “diventa ciò che sei”.  Come vissuto esperienziale, pertanto, il Sé si struttura nel tempo a partire dalle richieste che costantemente produce il corpo e dalle risposte che inizialmente vengono soddisfatte dalla figura materna. Precursore del Sé è l’Io-organismico[27], istanza che possiamo ritenere comune a  tutte le specie, dal quale sorgono i bisogni “bio-socio-funzionali” economicamente orientati all’interno dell’ambiente. Noi intravediamo nell’Io-organismico una formidabile analogia con quello che Damasio ha definito proto-sé[28]. Egli lo definisce infatti precursore non cosciente dei livelli del sé che risultano, a livello mentale, protagonisti della nostra coscienza.

All’Io-organismico è affidata la responsabilità di predisporre l’organismo ad eseguire quel “movimento” che può condurlo al soddisfacimento del bisogno e pertanto alla distensione conseguente al piacere. L’Io-organismico è ritenuto pertanto l’area del Sé in cui prendono forma i bisogni dello stesso. In esso si configurano due specie di bisogni: quelli narcisistici e quelli sociali.

Sono bisogni narcisistici il bisogno di nutrizione, il bisogno sensoriale e il bisogno sessuale, mentre consideriamo bisogni sociali, il bisogno di conferma e il bisogno di appartenenza[29].

Del resto, è solo in un contesto adatto, come quello del “gruppo”, che l’individuo può soddisfare i propri bisogni e al tempo stesso accrescere le possibilità di sopravvivenza. Tali importanti funzioni possono essere assolte dall’Io-organismico in quanto esso è dotato di una memoria genetica: ciò gli consente di modulare la propria attività a salvaguardia della integrità fisica e sociale del Sé. In esso quindi, mentre prendono forma i bisogni (narcisistici e sociali) si attivano anche quei complessi processi biochimici in grado di generare l’energia necessaria a spingere l’organismo verso il soddisfacimento del bisogno presente nel qui ed ora. L’Io-organismico tende quindi successivamente verso l’esterno disponendosi ad aggredire (da ad grädi = avanzare verso) l’oggetto potenzialmente in grado di offrire soddisfazione e quindi distensione.

È a questo punto che entra in scena un’altra regione del Sé denominata Modulatore Pulsionale Congenito. Si tratta di un’appendice dell’Io-organismico capace di assicurare un comportamento bio-socio-economico indipendente dall’intenzionalità di un atto di coscienza. A tale istanza (MPC) compete infatti la “decisione” di inibire eventualmente temporaneamente il movimento suggerito dall’Io-organismico, allo scopo di verificare se quell’atto presenti elementi che potrebbero diventare dannosi al Sé o all’economia del gruppo di appartenenza. L’analisi dei contenuti della memoria storica permetterà di valutare il rischio o il beneficio per l’integrità del Sé derivante dall’azione eventuale; solo quando il movimento sarà giudicato opportuno, l’MPC darà il via all’azione verso l’oggetto-meta. In caso contrario l’inibizione dell’azione verrà mantenuta attiva o trasformata in fuga. Analogamente si era espresso Laborit[30] nella sua formulazione del Sistema di Inibizione dell’Azione, intendendo con questo meccanismo l’impedimento di un’azione quando questa non fosse ritenuta utile (frustrazione, aumento di tensione, improduttività). L’MPC risulta pertanto un’istanza dotata di un’intelligenza bio-positivamente orientata, protesa, per altro, come tutto il Vivente, verso il sopravvivere, l’esperienza del piacere, orientato per contro all’evitamento della condizione di contrazione, quindi di dispiacere, che induce la frustrazione cronica. La disputa antagonista tra spinte pulsionali primordiali proprie dell’Io-organismico e l’inibizione dell’azione posta in essere dal MPC, da luogo alla corazza muscolare da intendersi come il ricettacolo delle tensioni sviluppate dal Sé[31].

 

La corazza muscolare

La corazza muscolare è la risposta agli ordini del MPC, il cui intento è quello di preservare il Sé contraendo temporaneamente il sistema d’azione da esperienze frustranti o distruttive. Essa è concepita come l’equivalente ontogenetico di quei fattori di adattamento che hanno interessato filogeneticamente la specie umana, e che sul piano individuale sono il risultato di rinunce di parti di sé che non sono state ritenute promettenti per la sopravvivenza[32], rinforzando piuttosto in modo compiacente quei tratti ai quali l’ambiente circostante rispondeva positivamente. In accordo con Reich e Lowen si afferma il concetto secondo il quale vi è identità funzionale tra blocchi emozionali, intesi come insiemi di emozioni censurate,  e tensioni muscolari, aventi la funzione di sequestrare nella contrattura le emozioni inibite. Ogni esperienza che, relativamente al tentativo di appagamento di un bisogno, abbia direttamente o indirettamente prodotto precedenti vissuti traumatici, viene pertanto deviata o interrotta, inibendo l’azione di quelle fasce muscolari deputate a sostenere il movimento verso l’oggetto-meta. Diversamente da Reich e Lowen, tuttavia, si ritiene che la corazza non debba considerarsi statica e cronica, bensì dotata di mobilità e funzionalità aventi lo scopo di proteggere il Sé da eventi giudicati potenzialmente spiacevoli o finanche pericolosi.

 

L’Io-ideale  

Il registro psichico prevede un’istanza sociale che si contrappone alla naturalità espressa dall’Io-organismico/MPC. Tale nozione è definita Io-ideale[33] e rappresenta, nel processo interattivo che interessa le regioni del Sé, la componente “normata”, quella cioè ispirata al rispetto della morale e delle regole di gruppo. Essa regola pertanto l’accesso all’appagamento dei bisogni narcisistici. Di conseguenza, mentre l’inibizione primaria dell’azione operata dall’Io-organismico/MPC è sostenuta dal bisogno di distensione di un Sé che mira alle condizioni armoniche organismo-ambiente, l’Io-ideale è il risultato e agisce come conseguenza delle introiezioni di regole sociali, ponendo divieti all’azione tutte le volte che l’appagamento dei bisogni narcisistici o sociali si scontra con le regole totemiche poste in essere dall’organizzazione sociale di appartenenza a fini di sopravvivenza della società stessa. La pulsione primaria espressa dall’Io-organismico e codificata in movimento bio-funzionale dal MPC subisce una battuta d’arresto nel suo andare dal “centro” verso il “mondo esterno”. Anche questa interruzione è promossa dalla corazza muscolare che esprime il compromesso dinamico tra Io-organismico, MPC e Io-ideale. È così che l’Individuo diventa Persona. Questo passaggio ha luogo, dato che l’Io-ideale innestandosi nell’Io-organismico e nel MPC, ne amplia la memoria introducendo nuove “mappe cognitive” che partecipano all’esame di realtà servendosi di processi di astrazione. Il movimento euritmico viene sostituito da contrazione che attiene al controllo del Sé sul Tu di riferimento: obiettivo vitale è dunque la condizione generale di “potere”[34].

 

La teoria dei bisogni

Interferiti dall’azione dell’Io-ideale, i bisogni risultano difficilmente osservabili. Ostacolati come sono nel loro movimento dal centro al mondo esterno, nemmeno la consapevolezza della loro esistenza è facile. Sistemi artefatti di “valori” attribuiscono ad essi significati che vanno dalla debolezza all’inferiorità e perfino all’animalità. Tuttavia, nella zona profonda dell’esistenza nella quale l’Io-organismico non cessa il compito al quale è preposto, i bisogni affiorano in tutta la loro originaria forza e limpidezza. La concezione freudiana del caos pulsionale è sostituito nella teoria neoreichiana dalla chiara presenza dei bisogni narcisistici: nutrizione, sensorialità e sessualità, e dei bisogni sociali: conferma e appartenenza, che diventano a loro volta organizzatori di vere e proprie fasi evolutive[35]. Il caos si semplifica quindi in un modello ordinato la cui sequenza, denominata “circolo dell’esperienza”, è la seguente:

1) bisogno

2) pulsione/eccitazione

3) movimento

4) consumazione/esperienza

5) distensione/piacere

All’inizio dell’esperienza si situa il bisogno inappagato che genera una pulsione, questa produce un’eccitazione nell’organismo, e l’eccitazione si trasforma in movimento. Attraverso il movimento il Sé entra nell’esperienza. L’appagamento del bisogno induce la fase di distensione conseguente al piacere che conclude l’esperienza. A questa conclusione fa seguito un periodo in “assenza di bisogni” che equivale al tempo di ricarica[36].

 

La Personalità

Si tratta nuovamente di un concetto molto dibattuto in psicologia, che resiste ad un’unica definizione, e che perciò presenta profonde divergenze correlate alle diverse teorie. Grandi aree psicologiche e psicopatologiche continuano peraltro ad usare come sinonimi i termini “carattere” e “personalità”[37]. Con Rogers sosteniamo che la personalità si esprima attraverso l’organismo, inteso come individuo nella sua totalità, agendo in un campo fenomenico che costituisce la totalità dell’esperienza. Pensiamo inoltre alla personalità come ad un insieme di caratteristiche psichiche e comportamentali che nella loro integrazione costituiscono un sistema indicatore in modo predittivo[38] [39] [40] [41] di ciò che probabilmente un individuo farà in una determinata situazione. Concepiamo la personalità strettamente collegata a quella regione sociale del Sé definita sopra come Io-ideale, intendendone l’insieme delle modalità con le quali un soggetto si propone al mondo esterno. Tuttavia, pensiamo la personalità non disgiunta dalla parte profonda del Sé, quindi in rapporto anche all’Io-organismico/MPC, alla Corazza Muscolare e quindi alla struttura caratteriale. Parzialmente conscia, essa, in quanto “maschera” (da phersu), rivela spesso i conflitti esistenti nel nucleo in ordine ai bisogni non appagabili a causa della censura operata dell’Io-ideale in cambio di una socio-economia. Riteniamo infatti che la maschera o personalità si formi in concomitanza con il consolidamento dell’Io-ideale, che suggerendo come necessitante il paradigma morale e convenzionale dell’organizzazione sociale di appartenenza, induce la spinta a cercare l’approvazione e l’accettazione evitando la censura e la disapprovazione. La personalità riflette quindi le caratteropatie presenti nell’individuo, per cui le tensioni e le angosce rimosse, ma presenti nella struttura caratteriale (C), si riflettono, se sollecitate da stimoli precisi (S), sul comportamento dell’individuo (Personalità/Maschera), secondo l’equazione:

Personalità = Carattere x Stimolo  (P = C x S)

In ordine al processo di adattamento si definirà rispettivamente normata, quando esprima una adesione coerente alle regole socialmente proposte, ipersocializzata quando vi sia un eccesso di adattamento, e sottosocializzata quando l’adattamento sia sottodimensionato e l’individuo non abbia interiorizzato sufficientemente le regole, fino a correre il rischio di mettere in atto comportamenti antisociali. Relativamente alla modalità di essere in rapporto al mondo, la personalità può definirsi introversa o estroversa, così come relativamente alla variabile “tempo” si concepisce una personalità stabile o instabile[42] [43].

La personalità trasforma, prima la pulsione in pianificazione, e successivamente in movimento. La qualità del movimento non può che rispecchiare i contenuti della corazza muscolare (carattere) e dell’Io-ideale. Questa istanza, che interfaccia l’individuo con l’ambiente, è, nella migliore delle ipotesi, propria del Sé-armonioso, una garanzia di successo relazionale, in quanto sa vestirsi della maschera adatta a quel preciso contesto. Le inibizioni nevrotiche, per contro, limitano il repertorio dei ruoli, e ciò rende difficile indossare la maschera idonea. La teoria neoreichiana descrive cinque tipi di personalità (o maschere)[44]:

1.       la maschera del Sognatore: caratterizzata da un atteggiamento di passività e chiusura che inibiscono la componente senso-motoria ed espressiva;

2.       la maschera dell’Intellettuale: centrata sull’afisicità, sostituita dall’esercizio del pensiero razionale che allontana l’esperienza sensoriale e sessuale;

3.       la maschera del Diffidente: apparentemente adattamento allo status normativo della società al fine di ricavarne un vantaggio secondario in termini di promozione sociale come modello di moralità e di virtù;

4.       la maschera del Seduttore: caratterizzata dalla ricerca di conferma che trasforma in esercizio di potere e di controllo sull’altro fine a se stessa;

5.       la maschera dell’Aggressore: propensione all’espressione e alla manifestazione delle tensioni dal Sé al mondo esterno finalizzate alla realizzazione di un nuovo schema esistenziale;

 

Il Carattere

Condividendo il pensiero reichiano nella sua formulazione eziopatologica della corazza muscolare, concludiamo in accordo con Reich che mentre nel Vivente armonioso o organismico l’ideazione e l’azione coincidono, in condizioni di caratteropatia, il pensiero, potentemente interferito dalle spinte educative ispirate ai dogmatismi morali sociali finalizzati al controllo, risulta impedito nell’esame corretto di realtà da una certa “visione del mondo” adottata a scopo di sopravvivenza e poiché questo atteggiamento-comportamento falsifica gli elementi inequivocabili della realtà, l’individuo trova conferma della sua visione, sperimentando una profezia che si autoavvera[45]. È pur vero che nessun essere umano è in contatto diretto con la realtà, ma soltanto con la propria percezione della realtà, sempre distorta, e in ognuno in modo “caratteristico”. In tal senso riconosciamo distorsioni che possono essere definite di stato, quando sono originate da eventi contingenti, e di tratto, quando invece si riconoscono quali prevalentemente stabili. Il carattere impoverisce o impedisce l’interpretazione congrua dei propri bisogni, l’analisi corretta della realtà, la capacità di pianificare e interpretare la “maschera” funzionale ad un preciso contesto. Incapace di vivere la distensione profonda, il Sé-caratteriale converte le energie che in origine erano destinate all’azione, in processi fantasmatico-consolatori, dove ad esempio la “rabbia” non è sentita ma pensata come ri-sentimento o desiderio di vendetta. Inibendo l’azione del Sé verso il mondo, le funzioni bio-economiche vengono sostituite dai blocchi emotivi, che a loro volta vengono trasformati in blocchi tensivi muscolari, fino a formare la corazza caratteriale.

 

La Caratterologia

Riprendendo il citato circolo dell’esperienza di un carattere organismico, diremo che ciò che differenzia le varie tipologie caratteriali tra di loro è il “momento” nel quale l’esperienza verso la distensione/piacere viene interrotta. Quando le fasce muscolari preposte alla realizzazione del movimento che consentirebbe l’appagamento del bisogno, non incontrano mai il rilassamento, il sistema permane in una sorta di stato di pre-allerta, e in tal modo sostiene il Sé nella ricerca di decompressione attraverso atteggiamenti/comportamenti patologici. La nosografia caratteriale che definisce, in accordo con Lowen, i cinque tipi di carattere:

§ carattere schizoide

§ carattere orale

§ carattere masochista

§ carattere psicopatico

§ carattere rigido

Il carattere schizoide interrompe la propria esperienza nel momento in cui si presenta la pulsione. Egli sostituisce la fase di eccitazione con una mobilitazione della corazza muscolare che riduce fino a precludere il rapporto con il mondo esterno. Il carattere orale accetta che l’eccitazione pervada il suo organismo, tuttavia l’energia non oltrepassa la superficie di contatto. Egli riconosce i propri bisogni ma si aspetta che siano gli altri a condurlo verso la soddisfazione degli stessi. Il carattere masochista entra nel movimento che lo porterebbe all’appagamento, ma si impedisce di vivere l’esperienza e, rifiutandone la responsabilità, affida ad un leader l’impegno di gestire l'esperienza. Il carattere psicopatico entra nell’esperienza assumendone il controllo, temendo di perdere il suo status rimane tuttavia fissato all’esperienza senza concedersi l’abbandono (mantenendo il controllo) che accompagna la fine dell’esperienza nella distensione. Il carattere rigido percorre senza ostacoli il circolo dell’esperienza: dalla pulsione all’eccitazione, quindi al movimento e successivamente all’esperienza, ma è uscendo dall’esperienza che egli incontra le sue angosce di castrazione per mezzo delle quali egli si impedisce l’appagamento del bisogno di piacere, mutando il risultato in ansia, diffidenza o vissuto di ambivalenza[46].  

La scuola neoreichiana concepisce in ogni caso la moderna caratterologia come uno strumento capace di rendere complementari la teoria pulsionale e quella delle relazioni oggettuali[47]. Fuori dal rischio di approcciarsi al paziente con una visione standardizzata dello stesso, quasi adattando lo stesso ad un “protocollo” di intervento terapeutico compatibile con la struttura caratteriale dello stesso, intendiamo guardare al paziente come individuo dotato di una storia personale che comprende le sue relazioni e che ne fa perciò un “soggetto” unico e irripetibile[48].

 

La teoria dei cinque movimenti

La concezione dei cinque caratteri come risultato di un particolare punto d’arresto nella percorrenza del circolo dell’esperienza, sostiene a sua volta l’idea che uno strano imprinting nell’uomo del terzo millennio impedisca a lui l’esecuzione dei movimenti elementari che sono propri della naturalità biologica alla quale appartiene. L’individuo sembra muoversi come se i movimenti elementari intrinseci nel Sé-umano non esistessero. La sua energia è solita percorrere le aree corticali e molto meno i distretti distali del corpo, come gli arti, il cuore, la pancia, gli organi sessuali[49] [50]. Presupposto della teoria dei cinque movimenti è l’equazione: energia = movimento. Gli esseri viventi sono dominati da due funzioni tra loro antagoniste: contrazione e distensione. Distensione e contrazione sono momenti complementari, per cui la fissazione o la coazione a ripetere dell’una o dell’altra sono la conseguenza di un ingorgo energetico e quindi il presupposto di una condizione patologica. La natura delle pulsazioni energetiche, infatti, non prevede la fissazione, che è invece il risultato di una condizione inibita e dolorosa, ma la fluidità del movimento in relazione alla realtà percepita.  

La contrazione costituisce la condizione ergotrofica dell’organismo, l’energia si estende dal nucleo alla periferia, e ciò permette il contatto del Vivente con il mondo esterno nel rapporto Io-Tu-Io. La distensione costituisce invece la condizione trofotrofica dell’organismo, che vede l’energia trattenuta nel nucleo dell’organismo, per cui la zona periferica si avvolge attorno ad esso, in una dimensione narcisistica Io-Io, che permette la contemplazione del piacere. Dall’appagamento o meno di un bisogno dipendono le condizioni di gioia e dolore. In rapporto ai singoli bisogni avremo perciò l’esecuzione di specifici movimenti. Ogni movimento bioenergetico prevede, in natura, una meta verso la quale dirigersi, e questa meta è tale per cui garantisce l’appagamento del bisogno:

§   il bisogno di nutrizione può essere appagato attraverso il movimento di sottomissione, aggressione, seduzione;

§   il bisogno sensoriale nasce dalle condizioni di fiducia primaria nel Tu-di-riferimento e può essere appagato attraverso i movimenti di seduzione o sottomissione che si realizza in un contatto non-sessuale tra Io e Tu;

§   il bisogno sessuale prevede la conquista di un Tu-meta che può realizzarsi attraverso il movimento di seduzione o di sottomissione strumentale;

§   i bisogni di conferma e appartenenza possono essere soddisfatti attraverso il movimento di seduzione o di sottomissione o di oppressione

 

La terapia dei cinque movimenti

Poiché un movimento armonioso coinvolge il Sé nella sua interezza esso coinvolge e si esprime anche nella postura, nello sguardo, nella voce, nella respirazione, nel colorito della pelle; pervadendo ogni attività del Vivente compreso le attività fisiologiche, interessando pertanto la funzione cardiocircolatoria, endocrina, immunitaria eccetera. La scuola neoreichiana prevede quindi, nel suo intervento terapeutico, oltre al massaggio, agli esercizi bioenergetici e alle interpretazioni e verbalizzazioni del paziente, vere e proprie situazioni esperienziali nel corso delle quali il paziente può sperimentare che quando il Sé supera gli introietti e scioglie i blocchi che legano i movimenti, allora è possibile realizzare la fusione tra mente e corpo, conseguenza "sana” di quella identità funzionale di cui già Reich ebbe a dire. Quando nel percorso terapeutico il paziente si scontra con i blocchi che limitano o impediscono il movimento, riemergono dalla corazza muscolare le memorie somatiche che sostengono i fantasmi responsabili del suo disagio. Allora il paziente può “ri-membrare” in virtù dei ricordi sequestrati nelle sue membra, “ricordare” restituendo ai primi i sentimenti che ad essi sono associati, e finalmente “rammentare”, ripristinando una nuova rappresentazione mentale funzionale della realtà.

1.       Il percorso terapeutico dei cinque movimenti[51], ha luogo a partire dal movimento di pianificazione: esso rappresenta la condizione che prelude al successivo movimento, e dispone ad un funzionale esame di realtà. Pertanto, si avvale di un centro energeticamente carico a scapito di una periferia scarsamente profusa di energia: è la condizione economica che permette di trascendere la presentazione dei dati di realtà in funzione di una rappresentazione dell’azione che si proietta mentalmente sullo sfondo del futuro. La pianificazione è la ricerca di una risposta adeguata ad una situazione generalmente nuova. L’azione prende forma dalla fantasia e si staglia come figura sullo sfondo di un dialogo che ha luogo tra bisogno e ambiente esterno (Tu-meta);

2.       il movimento di sottomissione prevede la capacità di realizzare la fiducia primordiale nei confronti del Tu-di-riferimento, vincendo il pregiudizio di un immaginario collettivo che nel sottomesso vede il perdente. È ciò che procede al "lasciarsi andare regressivo", dal riconoscimento (esame della realtà inequivocabile) di un sistema relazionale ordinato gerarchicamente. In questa condizione l’energia fluisce dal centro alla periferia, con una debole profusione verso l’esterno che si concretizza nella relazione Io-Tu (indifferenziato)-Io.

3.       il movimento di diffidenza ha la funzione di inibire temporaneamente l’azione, allo scopo di valutare e verificare la realtà. L’energia fluisce dal centro alla periferia, mobilitando la profusione al mondo esterno con modalità ambivalente. La condizione è crucialmente conflittuale e richiede al soggetto di rispondere con una decisione di “andare verso” (attivazione dell’energia) o “andare via da” (inibizione dell’energia). Occorre che il paziente sperimenti che quello che originariamente era un movimento salvavita, una risposta all’emergenza che aveva lo scopo di proteggere da una minaccia esterna, è spesso utilizzato per proteggere da una minaccia che proviene dal proprio mondo interno, da introietti che suggeriscono ingiunzioni e censure. Il sistema di regolazione del piacere è raggrinzito, quello che dispone alla fuga è ignorato: impera l’inibizione dell’azione.

4.       il movimento di seduzione è finalizzato a condurre a sé il Tu-meta allo scopo di procurare l’appagamento di un bisogno. La condizione si realizza quando l’energia è libera di scorrere dall’interno all’esterno, e quindi di oltrepassare la periferia. Il fluire dell’energia in questo modo  permette la realizzazione di una relazione Io-Tu, nella quale ha luogo un temporaneo controllo del Tu. Di nuovo, il paziente farà i conti con l’opportunità di vincere il pregiudizio circa un’azione che a causa di un pregiudiziale immaginario collettivo rischia di rimandare a significati equivoci che alludono a malevoli intenzioni, mentre la realtà inequivocabile suggerisce la complementarietà della relazione appagante. Contemporaneamente si tratta di permettere al paziente di uscire dalla fissazione di un comportamento seduttivo fine a se stesso che è proprio del carattere psicopatico.

5.       il movimento di aggressività si compie entro la dinamica di attacco o di fuga. L’energia è economicamente disposta a fluire dal centro alla periferia che si offre, nella sua condizione di permeabilità, consentendo la forte profusione energetica dal Sé al mondo esterno. Si tratta di un movimento che si compie in una sequenza a due fasi: quella di “carica” (ad es. la rabbia che attivandosi interessa tutta la muscolatura) e quella di “esplosione” (che consiste nel trasferimento della tensione muscolare, attraverso l’azione, sull’obiettivo). Tra queste due fasi, il Sé ha la possibilità di analizzare la realtà e decidere conseguentemente se attuare un movimento di attacco o di fuga. L’esperienza terapeutica del movimento aggressivo consente la consapevolizzazione che esso è parte imprescindibile della natura, compresa quella umana, e come l’istinto sessuale, può essere deviato verso fini sociali, ma mai negato. Quando ciò avvenisse ne deriverebbe un ingorgo energetico che interesserebbe l’organismo, con conseguenze quali la malattia nella sua espressione a prevalenza somatica o psichica, e tuttavia simmetricamente funzionale. Questo stesso ingorgo si sposterebbe successivamente nell’oppressore, traducendosi in atteggiamenti/comportamenti si tipo sociopatico. L’ordine costituito poggia sullo zoccolo della frustrazione individuale e si estende ai modelli educativi famigliari. Anche la famiglia, come cellula sociale, è quindi farcita di tensioni relazionali tra i membri, che vengono inesorabilmente catalizzate dal membro più esposto che, assumendo il ruolo di paziente designato, assolve alla funzione del mantenimento dell’equilibrio omeostatico del sistema.

 

La metafora dell’Uomo a Cassetti [52] [53]          

Possiamo pensare che l’operazione controllo abbia sinteticamente avuto luogo a partire dall’apprendimento dei meccanismi di intellettualizzazione, di sublimazione e di socializzazione. Gli impulsi provenienti dal “profondo” sono stati via via affidati al processo intellettivo/razionale, che si impose con la finalità di rendere più dignitosi e degni (socialmente accettabili) i bisogni deviati verso mete filtrate dalla moralità e dal costume sociale. Il corpo imparò suo malgrado a confinare difensivamente entro le sue “strettoie” morfologiche, gli scomodi impulsi, stipandoli in modo tale da fare dell’intero corpo una cassettiera verticale:

§   Congelando le fasce muscolari che separano la calotta cranica dal viso si realizza la scissione tra pensiero ed espressione;

§ Bloccando la muscolatura cervicale si disgiunge l’espressione dai sentimenti che abitano il torace;

§   Ghiacciando i fianchi si interrompe la connessione tra sentimenti ed emozioni aventi sede nell’addome;

§ La contrazione dell’inguine permette di separare le emozioni dalla sessualità;

§ Imbrigliando le caviglie viene impedita la connessione tra terrenità e pensiero astratto;

§   Inguantando energeticamente le mani dal resto, le “antenne” del percepire esperienziale risultano isolate.

 

La Nevrosi di Potere

L’opera di Adler[54] aveva introdotto nella pratica psicoterapeutica una tematica fondamentale del destino umano: il problema del sentimento di imperfezione. Egli aveva colto che il fondamentale anelito umano è rivolto alla perfezione[55]. La consapevolezza di Adler era che il mito occidentale ci aveva suggerito una doppia maledizione: la visione di perfezione propria dello “spirito” e la limitazione posta dalla finitezza della “materia”. Egli seppe cogliere questa duplicità che spaccava l’uomo tra cielo e terra, e quindi ne colse soprattutto la finzione con la quale l’uomo costruisce la metafora della natura umana[56]. Giungerà ad affermare in uno dei suoi scritti più importanti: “Tutta la nostra cultura umana è fondata sui sentimenti di inferiorità”[57].

Reich giunse alla sua “analisi del carattere” individuale a partire da un’accurata e geniale analisi dell’organizzazione sociale. Sostenne infatti che la formazione del carattere è influenzata dalla struttura sociale ed economica a cui i soggetti appartengono. Tale struttura infatti, crea determinate strutture di famiglia aventi certi stili di condotta (in particolare la condotta sessuale) che perpetuano nell’educazione dei figli, influenzandone la vita pulsionale. È a partire da ciò che si osservano mutamenti negli atteggiamenti e nelle condotte reattive degli individui. Sono queste le modalità attraverso le quali le ideologie di una società si “materializzano” nella strutturazione del carattere degli uomini. “La struttura caratteriale è un processo sociologico irrigiditosi in una determinata epoca[58].

Servendosi di una visione antropologica fondante, coerente con la precedente visione reichiana, la teoria Neoreichiana può affermare che se una società non conosce il “possesso”, perché regolata sulla socio-economia del gruppo, allora non conosce il sentimento di dolore derivante dall’inibizione dell’azione, perché questo dolore non ha alcuna necessità di essere mascherato allo scopo di mantenere il ruolo, lo status, può infatti riversarsi sul mondo, può essere espresso senza alcun vissuto di “inferiorità”. In questa dimensione sociale, tutto torna relativamente presto ad ispirarsi alla possibilità ulteriore di appagamento dei bisogni. Quella a cui alludiamo è una società di individui, non di persone[59], nella quale è presente il principio di potere accanto al principio del piacere. E il termine “potere” è una sostantivizzazione del verbo potere, il cui significato è: “è possibile” il (possum latino). Infatti, prendendo possesso dell’oggetto-meta si realizza quella condizione che permette la soddisfazione del bisogno, proprio perché è possibile farlo. Non si conoscono gli artifizi astratti che portano alle condizioni di metapiacere, dato che la vita è condotta in modo organismico e quindi armonico. È infatti nell’astratta immaginazione che regola il metapiacere che il principio di potere si trasforma in nevrosi di potere, dimensione peraltro sconosciuta all’Io-organismico. La realtà sopra descritta permetteva la soddisfazione dei bisogni in una condizione di appartenenza garantita dal rispetto delle norme comportamentali vigenti che prevedono ricompense e punizioni provenienti da una “realtà sociale”, e quindi “concreta”. È nel dispiegarsi del tempo che la sopravvivenza si confronta con il fantasma del futuro: la risposta è il movimento di pianificazione a medio termine. Il domani si fa sempre più imprevedibile. Incombe la paura della morte alla quale si associa quella condizione interiore che prenderà il nome di Ansia. Il Sé ne viene contaminato, e l’insieme di questi segnali interni giunge filogeneticamente fino a noi, ai giorni nostri. L’ansia darà luogo a risposte quali tentativi di controllo per garantire il domani: ecco l’animismo del pensiero magico che si farà via via misticismo ingenuo quale garanzia di potere sull’invisibile; ecco la guerra quale mezzo di imposizione di un potere sulla realtà visibile. Tra le correnti delle dinamiche interiori si fa strada il territorio dell’immaginario che produce i suoi simboli, le sue figure e le sue forme. L’istinto lascia il posto alla pianificazione che deciderà il movimento. La pulsione subisce l’interruzione sul percorso in direzione dell’oggetto meta. Lo scorrere dell’energia si interrompe, si segmenta, lo stesso Sé si segmenta dando luogo a fantasie. Fantasmi persecutori, fantasmi di seduzione sia nella direzione del piacere/distensione che del dispiacere/contrazione introducono l’individuo nella valle del conflitto. L’appartenenza minacciata dall’immaginario trova nella fusione coatta del Noi-Famiglia la rassicurante cristallizzazione. Il bisogno di appartenenza biologicamente fondato si trasforma in obbligo, dovere: il Noi-Famiglia attiva il suo processo di chiusura difensiva. Si apre l’era dell’antagonismo che utilizza il movimento aggressivo a scopo di soprafazione e distruttivo. Ecco il vissuto di perdita e di lutto[60]. La consapevolezza del Tempo, del vivere e del morire, inducono l’angoscia di morte che si risolve nella risposta di contrazione. Su di essa non c’è potere: l’evento ineluttabile della morte può solo essere trasceso, con un processo mentale che va oltre la ragione, la logica, e l’armonia ecologica. L’universo va ripensato tra un “prima” e un “dopo” la vita stessa. Questo ripensamento è la gestazione stessa della morale e della cultura. Nella credenza dell’eternità prende forma e si sviluppa la Nevrosi di Potere e quindi la sete di dominio. La realtà percepita non è più “reale” ma equivoca. Il totem ha colonizzato la vita umana: l’interruzione del movimento introduce la costrizione e la proibizione  e quindi la contrazione-non-distensione. Irrompe l’Io-ideale che sostituisce l’ “edonismo strumentale ingenuo” con la “morale autoimposta”. In questo modo l’individuo si trasforma in persona: la nevrosi alimenta le interruzioni che fissandosi nella corazza muscolare assecondano l’inibizione del movimento e la persona impara a nutrirsi di bisogni disattesi, di pseudo-bisogni. Dietro alla paura della perdita, dietro al desiderio di controllo c’è una nuova forma di potere, mentre sembra costituire una sorta di remunerazione, è invece sostenuto dalla fantasia di onnipotenza. Ecco la nevrosi di potere, essa indossa i panni dell’autorità, del controllo, del prestigio, dell’ascendente, della fama[61]. Ma vi è di più: essa si estende fino a colonizzare il mondo interno dell’uomo, la sua “anima”, in virtù di un esercizio di potere che, detto appunto “spirituale”, è ben più grandioso del potere “temporale”.

 

Analisi Neoreichiana come terapia integrata

Riteniamo che se ci si lascia guidare dal “corpo”, fino ad intravedere in esso il “teatro” nel quale il disagio recita il suo copione, si può giungere fino alla sua preistoria, a quell’epoca fonda, in cui “le parole sono meno importanti delle percezioni olfattive, tattili, visive e acustiche, per cogliere finalmente il legame tra sofferenza, angoscia e godimento.”[62]. Allora è facile, dopo aver investito il corpo della stessa attenzione con cui Reich e Lowen guardarono ad esso, vederlo come Perls “in ogni momento, parte di qualche campo. Il suo comportamento è una funzione del campo totale, che comprende lui e l’ambiente.[63]. A questo punto si giunge necessariamente a considerare che la comunicazione dell’uomo prevede sia il modulo numerico che quello analogico, che mentre l’uno si incarica di trasferire contenuti digitali, l’altro è coinvolto nella funzione di processo, e ciò porta ad una delle regole fondamentali della comunicazione, per cui “non è possibile non-comunicare”[64]. La terapia avrà allora come obiettivo quello di permettere al paziente di “…tornare in sé, tornare ai suoi sensi. […] smettere di allucinare, di trasferire e proiettare. Deve smettere di retroflettere e di interrompersi.[65]. Di nuovo, un’altra teoria com’è la Gestalt, risulta efficacemente integrata nel mettere l’attenzione nel “qui ed ora”, per giungere successivamente al “lì e allora”, interrogandosi sul “come” piuttosto che sul “perché”. La terapia neoreichiana si avvale pertanto, al fine di promuovere il processo di autoconsapevolezza, anche delle domande chiave della terapia della Gestalt: “Cosa fa?”, “Cosa sente?”, “Cosa vuole?”, “Cosa evita?”, “Cosa si aspetta?”. A questo punto si giunge fino alla tecnica psicodrammatica. Il setting prevede perciò, oltre al rapporto individuale terapeuta-paziente, anche il rapporto terapeuta-gruppo, permettendo il passaggio dai “teatri del corpo” ai “teatri dei corpi”, sottolineando l’importanza della relazione interpersonale esercitata nel Teatro della Spontaneità secondo Moreno[66]. Qui, trovando espressione: la Sinfonia dei molti Sé individuali, la funzione inibitoria dell’Io-ideale rispetto all’Io-organismico, la Corazza Caratteriale, le Maschere proprie della Personalità, si liberano i soggetti dalla prigione dei ruoli precostituiti e dai cliché. Nella situazione drammatizzata, viene sperimentata la potenza del tele, che secondo Moreno costituisce la struttura primaria della comunicazione interpersonale[67]. Intendendo il tele come la più piccola “unità di sentimento” tra individuo e individuo, esprimente la naturale tendenza dell’uomo a porsi in relazione con i suoi simili, la scuola neoreichiana ne adotta il concetto sostituendolo al concetto di transfert freudianamente inteso. Ponte invisibile di una influenza a distanza attraverso cui scorrono le emozioni tra individui, il tele si fa strumento decisivo del processo terapeutico. Il Protagonista recita nella scena la sua parte; dai ruoli emerge il Sé, e non viceversa[68]. Il ruolo viene quindi non solo gito come mezzo di espressione, ma anche rappresentato a livello mentale, e ciò diventa un’ulteriore mezzo di autoconoscenza, strumento di cambiamento.

Questa potente integrazione di modelli permette alla teoria neoreichiana di guardare al corpo non come ad un oggetto del mondo, ma a ciò che piuttosto dischiude un mondo, “quello che scopro in procinto di agire, o paralizzato dallo sguardo dell’altro, o incoraggiato da un gesto, o piegato dal dolore non è il mio corpo, ma sono io[69]. Se si ignora l’identità di “corpo” ed “esistenza”, non è più possibile alcun riferimento al corpo nell’accezione umana, ma solo all’organismo inteso come materia anatomica, come organismo descrivibile biologicamente[70]. La scuola neoreichiana intende quindi accostarsi all’individuo, non attraverso le metodiche della scienze positive che possono solo spiegare dei “fatti” senza comprenderne i “significati”, poiché ogni fatto spogliato del suo significato risulterebbe per definizione non-psichico e quindi in-umano[71]. (Giovanni Marchioro)  

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[1] Freud, S. (1922), L’Io e l’Es, in Opere, Vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977, p. 490.    

[2] Downing, G. (1995), Il corpo e la parola, Astrolabio, Roma.

[3] Ferenczi, S. (1988), Diario clinico, Raffaello Cortina, Milano.

[4] Ferenczi, S., Ibidem.

[5] Reich, W., Ibidem, p. 35.

[6] Reich, W., Ibidem, p. 21.

[7] Reich, W., Ibidem, p. 111.

[8] Reich, W., Ibidem, p. 91.

[9] Lowen, A., Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 39.

[10] Lowen, A., Ibidem, p. 77.

[11] Lowen, A., Ibidem, p. 79.

[12] Lowen, A., Ibidem, p. 119.

[13] Lowen, A., Ibidem, p. 84-88.

[14] Ammaniti, M., Introduzione a Ammaniti M. (a cura di), la nascita del sé. Laterza, Roma-Bari, 1989.

[15] Harré, R., The singular self, SAGE, London, , 1998, p. 190;  Tr. It. La singolarità del sé: Introduzione alla psicologia della persona, Raffaello Cortina, Milano, 2000.

[16] Jervis, G., Significato e malintesi del concetto di “sé”. In Ammaniti M. (a cura di): La nascita del sé, Laterza, Roma-Bari, 1989.

[17] Rossati, A., L’Io e il Sé nel pensiero di Freud. Un riesame dell’opera freudiana alla luce della dottrina di Brentano. Guerrini, Milano, 1990.

[18] Jung, C., G., Aion: Ricerche sul simbolismo del sé, in Opere, Boringhieri, Torino, 1980.

[19] Kernberg, O., Object Relations Theory and Clinical Psychoanalysis, Aronsson, New York, , 1976; Tr. It. : Teoria della relazione oggettuale e clinica psicoanalitica, Torino, Boringhieri, 1980.

[20] Jacobson, E., The self and The Object World, Hogarth Press, London, 1964; Tr. It. : Il Sé e il mondo oggettuale, Martinelli, Firenze, 1974.

[21] Hartmann, H., Essays on Ego Psychlogy: Selected Problems in Psychoanalytic Theory, International University, New York, 1964.

[22] Mahler, M., Infantile Psychosis, Northvale, NJ, London, 1968; Tr. It. : Le psicosi infantili, Boringhieri, Torino, 1976.

[23] Kohut, H., The analysis of the self, International University, New York, 1971; Tr. It. : Narcisismo e analisi del sé, Borinhieri, Torino, 1976.

[24] Winnicott, D., W., The Maturational Process and Facilitating Environment. Studies in the Theory of Emotional Development. The Hogarth Press and Istitute of Psychoanalysis, London, 1963; Tr. It. : Sviluppo affettivo e ambiente: Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando, Roma, 1974.

[25] Bernasconi, W., Teorie Neoreichiane, IRC-Press, Lugano, 2003, p. 14.

[26] Trevi, M., Il lavoro psicoterapeutico, Edizioni Teoria s.r.l., Roma-Napoli, 1993, p.40.

[27] Bernasconi, W., Ibidem, p. 16.

[28] Damasio, A., R., Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2005, p. 38.

[29] Bernasconi, W., Ibidem, p. 17.

[30] Cit. in Bernasconi, W., Ibidem, p. 18.

[31] Bernasconi, W., Ibidem, p. 20.

[32] Marchino, L., Mizrahil, M., Il corpo non mente, Frassinelli, Cles (TN), 2004, p. 12.

[33] Bernasconi, W., Ibidem, p. 21.

[34] Bernasconi, W., Ibidem, p. 52.

[35] Bernasconi, W., Ecce homo nevroticus normali, IRC-Press, Lugano, 2005, pp. 16-46.

[36] Bernasconi, W., Ibidem, p. 87.

[37] Galimberti, U., Dizionario di Psicologia, UTET, Torino, 1992, p. 678.

[38] Cattell, R., B., Personality: a systematical theoretical and factual study, McGraw-Hill, New York, 1950.  

[39] Cattell, R., B., Kline, P., Personalità e motivazione, Il Mulino, Bologna, 1982.

[40] Eysenck, H., J., The scientific study of personality, Routledge and Kegan Paul, London, 1952.

[41] Eysenck, H., J., The structure of human personality, Methuen, London, 1970.

[42] Bernasconi, W., Ibidem, p. 67, 68.

[43] Eysenck, H., J., Eysenck Personality Inventory, Verlag H. Huber, Berna, 1978.

[44] Bernasconi, W., Ecce homo nevroticus normalis, IRC-Press, Lugano, 2005, pp. 70-81.

[45] Marchino, L., Mizrahil, M., Ibidem, p. 12.

[46] Bernasconi, W., Ibidem, p. 87.

[47] Marchino, L., Mizrahil, M., Ibidem, p. 35.

[48] Marchino, L., Mizrahil, M., Ibidem, p. 34.

[49] Bernasconi, W., Ibidem, p. 96.

[50] Keleman, S., Il corpo è lo specchio della mente, CELUC Libri, 1979.

[51] Bernasconi, W., Teorie Neoreichiane, IRC-Press, Lugano, 2003, pp. 95-125.

[52] Bernasconi, W., Teorie Neoreichiane, IRC-Press, Lugano, 2003, p. 131.

[53] Bernasconi, W., Ecce homo nevroticus normalis, IRC-Press, 2005, p. 136-153.

[54] Adler, A, Study of Organ Inferiorityand Its Psychical Compensation: A contribution to Clinical Medcine. Nervous and Mental Disease Publ. Co., New York, 1917.

[55] Hillman, J., Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1983.

[56] Hillman, J., Ibidem, p. 129.

[57] Adler, A., The Neurotic Constitution, Moffat Yard, New York, 1917, par. 1.

[58] Reich, W., Analisi del Carattere, Sugarco, Carnago, 1973, p. 20.

[59] Bernasconi, W., teorie Neoreichiane, IRC-Press, Lugano, 2003, p.39.

[60] Bernasconi, W., Ibidem, p. 48.

[61] Hillman, J., Il Potere, Rizzoli, Milano, 2002, p. 12.

[62]Mc Dougall, J.,  I teatri del corpo, Raffaello Cortina, Milano, 1990, p. 11.

[63] Perls, F., Hefferline, R., Goodman, P., Teoria e pratica della Gestalt, Astrolabio, 1971, p. 27.

[64] Watzlavick, P., Helmick Beavin, J., Jackson, D.,D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971, p. 59, p. 65.

[65] Perls, F., Hefferline, R., Goodman, P., Ibidem, p. 97.

[66] Moreno, J., L., Il teatro della spontaneità, Guaraldi, Firenze, 1973.

[67] Moreno, J., L., Gruppenpsychotherapie und Psychodrama. Einnleitung in die Teorie und Praxis, Thieme, Stuttgart, 1959.

[68] Moreno, J., L., Sociometria, Psicoterapia e Sociodramma, Etas Libri, 1980.

[69] Galimberti, U., Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 229.

[70] Galimberti, U., Ibidem, p. 229.

[71] Galimberti, U., Ibidem, p. 230.